Vita da profughi, la storia di Hejar e della sua famiglia

 

testo e foto di Chiara Cruciati 

21 maggio 2018

 

Hejar Zghari, nella sua casa nel campo profughi di Dheisha.

In questi giorni in Terra Santa, gli israeliani hanno celebrato l’indipendenza e i palestinesi la propria tragedia nazionale, che rileggiamo con gli occhi di Hejar Zghari, profuga a Betlemme.

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Un cassonetto brucia, riempiendo l’aria d’un odore aspro. È un giovedì mattina e per le vie strette del campo profughi di Dheisha, alle porte di Betlemme, non c’è quasi nessuno. Hejar Zghari ci apre le porte della sua casa, circondata da altre costruzioni in cemento del campo, popolato da 15 mila rifugiati palestinesi.

Hejar ha 67 anni («Sono la prima nata della mia famiglia nel campo»), data alla luce in diaspora e cresciuta da profuga. Qui si è diplomata, si è sposata ed è diventata infermiera, mamma e nonna. Si presenta vestita con gli abiti tradizionali e un piatto di frutta: Racconta: «Sono originaria di Zakaria, tra Ramle e Hebron: il nostro era un villaggio di contadini, c’erano olivi, campi coltivati a cereali e frutteti. Lì sono nati i miei cinque fratelli. Mia madre e mio padre avevano una bella casa, tanti animali, conigli, pecore, capre. Quando arrivarono i sionisti furono cacciati via dal villaggio. Gli adolescenti e i giovani fino a 30-35 anni vennero fatti prigionieri. Molti di loro furono uccisi, anche una donna incinta fu assassinata. Il resto del villaggio, poco più di 1.500 persone, ne restò terrorizzato: scapparono tutti».

Una memoria viva, una ferita bruciante

La memoria orale della Nakba, la catastrofe del popolo palestinese (non meno di 700 mila persone, forse un milione, sfollate con la forza dalle proprie terre; oltre 530 villaggi distrutti; l’intera società palestinese devastata), resiste tra le case dei campi profughi nei Territori Occupati come nel resto del mondo arabo. Le nuove generazioni descrivono i villaggi di origine come se li avessero visitati ieri e la fuga come se l’avessero vissuta direttamente.

«La mia famiglia si rifugiò in un’area vicino a Hebron; camminavano chilometri per trovare l’acqua per lavarsi e cucinare. Non avevano nulla, non avevano vestiti e scarpe se non quelli con cui erano fuggiti – continua Hejar – Dopo qualche mese pensarono di poter tornare a Zakaria e tentarono. Ma le milizie sparavano a chiunque si avvicinasse: hanno ucciso molte persone. Pochi mesi dopo la mia famiglia si spostò a Gerico, per un anno, senza alcun aiuto. Solo successivamente sono arrivati al campo di Dheisha: io sono la prima ad essere nata qui, nel 1951, in una tenda».

Zakaria, benché a pochissimi chilometri in linea d’aria, appariva ormai lontanissimo. Il villaggio venne distrutto. Di una comunità antichissima, di qualche secolo precedente alla nascita di Cristo si salvarono solo poche case, insieme alla scuola e alla moschea. Il nome del luogo deriva dal profeta Zaccaria, vissuto nel IV secolo a.C. E qui, dicono orgogliosi i vecchi abitanti, sembra che si fermarono Giuseppe e Maria prima di arrivare a Betlemme. Al suo posto il neonato Stato di Israele costruì subito un’altra comunità, battezzandola in modo analogo: Zekharia.

«Prima che venisse costruito il muro di separazione (nei primi anni di questo secolo – ndr), quando mia madre era ancora viva, siamo andati a far visita al villaggio. La casa di mio nonno era una delle poche ancora in piedi, ci viveva una famiglia di ebrei iracheni. Mia madre bussò, chiese di poter entrare, ma la cacciarono via in malo modo. Pianse».

Il marito di Hejar annuisce. Insegna inglese nel campo, insieme hanno costruito questa casa dopo aver trascorso l’infanzia in una tenda prima e in una stanza di pochi metri quadrati dopo: «Nel 1950 l’Unrwa (agenzia creata dall’Onu per assistere i profughi palestinesi – ndr) iniziò a costruire le prime strutture: una stanza per ogni famiglia, con una piccola cucina; c’era un bagno comune per tutto il vicinato, ogni 500 metri. I servizi erano sporchi, si doveva aspettare: nei primi anni nel campo c’erano 5 mila persone, famiglie che arrivavano tutte da villaggi diversi e non ci conoscevamo. Si doveva ricostruire un tessuto sociale da zero, mentre vivevamo un trauma individuale e collettivo. Fu un periodo difficile, l’essere diventati rifugiati improvvisamente aveva distrutto le relazioni tra le persone, le famiglie avevano perso la casa, le terre, gli animali per ritrovarsi in una tenda. Non c’era più sicurezza, non c’era più il senso di stabilità né di indipendenza: dall’avere, nel nostro piccolo, una vita agiata, si era passati al sopravvivere con gli aiuti dell’Unrwa, ceci, lenticchie, farina».

Hejar ci mostra una foto: è suo nipote, lo scorso anno è stato il miglior alunno della Cisgiordania. «Tutti abbiamo frequentato le scuole elementari dell’Unrwa, solo le superiori a Betlemme. Costano di più, ma qui non ce ne sono. Da subito la scuola è stata fondamentale nel campo: era vista, ed è vista ancora oggi, come l’unico modo per migliorare la propria situazione. Io mi sono diplomata nel 1971 e ho iniziato a studiare come infermiera: per tutta la vita ho lavorato al Caritas Baby Hospital di Betlemme. È stata mia madre a spingermi a studiare, era una donna molto intelligente. Mi chiedo spesso cosa sarebbe potuta diventare se avesse potuto studiare».

Erano i primi anni dell’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, con la Guerra dei sei giorni (1967) che ha di nuovo stravolto la faccia della Palestina: «I miei zii scapparono tutti – ricorda Hejar –, mentre i miei genitori non vollero andarsene: dicevano che erano già fuggiti una volta, stavolta sarebbero rimasti e morti qui».

La nostra ospite ci accompagna fuori, a far visita ai vicini. Molti di loro vivono ancora nelle stanze di cemento che l’Unrwa costruì quasi 70 anni fa, qualcuno ne ha accorpate due-tre per farne una piccola abitazione. Un anziano ci mostra il suo mini-market, i pacchi di riso, la farina, l’olio illuminati da una lampadina: la piccola finestra con le grate non fa entrare abbastanza luce.

Poco distante un’altra porta si apre su tre stanze in cui vivono tre famiglie. I bambini giocano, le madri ci offrono un succo di frutta. Alle pareti i poster con il volto di Yasser Arafat. «Con il tempo la situazione è peggiorata – continua Hejar –, abbiamo sempre vissuto questa situazione come temporanea, convinti di tornare. Oggi la speranza di sempre sta venendo meno sia per le politiche del presidente americano Donald Trump che per la crisi (finanziaria) dell’Unrwa. Ormai i servizi sono quasi nulli, a parte le scuole. Mancano le medicine: io soffro di diabete e l’Unrwa non riesce a coprire tutto. Non è in grado di fornire servizi specialistici: per qualsiasi altro tipo di trattamento dobbiamo andare da soli a Betlemme, agli ospedali pubblici. Il problema è politico: riducendo i servizi, provano a dire che i rifugiati non ci sono più, non esistono più. Ma non importa: anche tra cento o mille anni questa resta la nostra terra. Trump può dire quel che vuole di Gerusalemme, la città parla da sola e nessuno potrà cambiarne la storia, l’identità”».

 

Vita da profughi, la storia di Hejar e della sua famiglia

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