Vite nella Firing Zone

Emma Mancini  Betlemme, Venerdì 14 Dicembre 2012, 10:07

Dodici villaggi presi in ostaggio. È la storia di un gruppo di comunità palestinesi, 1.500 persone che vivono da decenni di pastorizia nelle colline verdi e sassose a Sud di Hebron, in Cisgiordania. Dall’inizio degli anni Settanta, le autorità israeliane hanno dichiarato l’area ‘Firing Zone 918’, zona militare chiusa destinata alle esercitazioni dell’esercito israeliano. Dopo anni di soprusi, ora otto dei dodici villaggi stanno subendo una nuova drammatica minaccia: l’espulsione forzata dalle loro case e dalla loro terra. Domenica 16 dicembre l’Alta Corte israeliana emetterà la sentenza definitiva, dopo anni di attese e petizioni.

Ma le dodici comunità palestinesi non intendono arrendersi. Martedì hanno lanciato una campagna internazionale per l’abolizione della Firing Zone 918: obiettivo, attirare l’attenzione del mondo su un fazzoletto di terra sconosciuto, ma che rappresenta la violenza dell’occupazione israeliana. La storia della Firing Zone 918 comincia negli anni Settanta: Israele trasforma in zona militare chiusa l’area di Masafer Yatta, dodici villaggi al confine Sud della Cisgiordania, lungo la Linea Verde. Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura: comunità in piena Area C, ovvero sotto il controllo militare e civile israeliano. “Nel 1999 le forze militari israeliane, insieme ai funzionari dell’Amministrazione Civile, hanno espulso i palestinesi residenti dentro la Firing Zone 918, distruggendone le proprietà – spiega il Comitato di Coordinamento per la Lotta Popolare, leader del gruppo di associazioni che ha avviato la campagna internazionale – Gli abitanti hanno presentato una petizione all’Alta Corte israeliana, che ha emesso un’ingiunzione temporanea con la quale autorizzava i residenti a ritornare nelle proprie case e impediva allo Stato d’Israele di espellerli fino a decisione definitiva”.

La ragione di una simile attenzione da parte israeliana è chiara: l’obiettivo è annettere definitivamente l’area allo Stato di Israele. La zona si trova al confine ufficiale tra Cisgiordania ed Israele ed è occupata da numerose colonie e insediamenti illegali israeliani, minaccia continua alla vita della popolazione palestinese. Dichiarando l’area “zona militare chiusa”, si compie un passo verso l’annessione definitiva. Unico ostacolo è la popolazione residente, che Tel Aviv intende espellere il prima possibile. “Il 19 luglio 2012 – prosegue il Comitato –lo Stato israeliano, su istruzione del Ministero della Difesa, ha presentato alla Corte una notifica con la quale dichiara che gli abitanti delle 12 comunità non sono ‘residenti permanenti’ e non hanno il diritto di vivere nella zona. Il 7 agosto l’Alta Corte ha dichiarato la notifica dello Stato ‘un cambiamento della situazione’ e ne ha accettato la richiesta: le comunità vanno espulse. Subito, i residenti hanno presentato una nuova petizione: la Corte emetterà la sentenza il 16 dicembre. Se il tribunale rigetterà la petizione, gli abitanti di otto villaggi su 12 saranno evacuati e le loro case demolite”.

Uno scenario drammatico per 1.500 persone che vivono in quelle terre da decenni, da ben prima della creazione dello Stato di Israele. E che ora potrebbero essere espulse con la forza dall’occupante. “Per comprendere il caso della Firing Zone 918, si deve prima di tutto conoscere la situazione delle colline a Sud di Hebron – ci spiega Hafez Huriaini, coordinatore del Comitato Popolare delle colline a Sud di Hebron – Quella israeliana è un’occupazione volta ad evacuare la popolazione palestinese residente. Dal 1967 ad oggi le politiche attuate nell’area sono state volte al trasferimento forzato dei residenti. In molti modi diversi: le comunità in questione non hanno accesso ai servizi di base, acqua ed elettricità. Si trovano in Area C ed è Israele ad essere responsabile di fornire tali servizi. Ma non lo fa. Allo stesso modo, in Area C non è permesso costruire: è necessario il permesso dell’Amministrazione Civile israeliana”.

Nel 94,5% dei casi, i permessi richiesti dalle comunità palestinesi residenti in Area C vengono rigettati. Per sopravvivere e resistere nella propria terra, i palestinesi costruiscono lo stesso. La reazione israeliana è la demolizione. “Demoliscono case, scuole, moschee, strutture agricole – prosegue Hafez – nell’obiettivo di farci lasciare le nostre terre. Altra strategia è quella della violenza: le comunità palestinesi a Sud di Hebron sono circondate da insediamenti israeliani illegali. I coloni sono estremamente violenti, aggrediscono continuamente pastori e studenti e attaccano le nostre proprietà. E poi c’è la Firing Zone 918. Tutte politiche volte ad un unico obiettivo: l’evacuazione dei villaggi palestinesi, il trasferimento della popolazione verso Nord, oltre la Road 370, una strada riservata ai coloni e che Israele immagina come il nuovo confine con la Cisgiordania. Se riescono a cacciarci, annetteranno l’area e le colonie presenti allo Stato di Israele”.

 “Cosa si può fare per fermarli? Noi non ci fidiamo dell’Alta Corte israeliana, è il tribunale dell’occupante, prende ordini politici dal governo e ordini militari dall’esercito. Siamo abituati ad aspettarci sempre il peggio da Israele, sia da parte dell’esercito che da parte delle corti di giustizia. Per questo facciamo appello al mondo: se la comunità internazionale apre gli occhi su quanto sta accadendo nelle colline a Sud di Hebron, Israele non potrà più nascondersi. Se è vero che vogliono evacuare l’area perché destinata a esercitazioni militari, beh, dovrebbero evacuare anche le colonie”.

Quella che si sta prospettando è una nuova Nakba (‘la catastrofe’ del popolo palestinese, quando nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele, le milizie d’occupazione espulsero 750mila palestinesi dalle loro terre, tre quarti dell’intera popolazione. Ndr) – conclude Hafes – Stessi gli obiettivi, stessi i metodi”. Come allora, un’azione terribile e illegale, che viòla il diritto internazionale. La creazione della Firing Zone 918 e il suo mantenimento non è considerata “una necessità” secondo i dettami della Quarta Convenzione di Ginevra. Di conseguenza l’evacuazione forzata degli otto villaggi palestinesi è illegale. A cui si aggiunge la Convezione di Hague, secondo la quale espropriazioni e restrizioni al movimento di civili non sono autorizzate in una zona militare chiusa: la proprietà privata va rispettata e non può essere confiscata.

La giustificazione israeliana al mantenimento della Firing Zone 918 risale al 2006: dopo la guerra contro il Libano, il governo di Tel Aviv ritiene la sicurezza dello Stato di Israele in costante pericolo. Un pericolo che andrebbe affrontato incrementando il numero delle truppe e intensificando le esercitazioni militari, ottimali – secondo la leadership israeliana – nelle colline a Sud di Hebron per la speciale conformazione geografica dell’area. Che, come notano le associazioni impegnate nella difesa delle dodici comunità palestinesi, non può differire da quella del Nord del Negev, ovvero del territorio israeliano oltre il confine della Linea Verde.

http://www.lindro.it/politica/2012-12-14/61863-vite-nella-firing-zone

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