Vite occupate: non sapere com’è vostro figlio

THURSDAY, 17 MAY 2012 06:09 CENTRO PALESTINESE PER I DIRITTI UMANI (PCHR)

 Abu Hosni Sarfiti (61) vive a Sheik Radwan, a Gaza City, e conosce bene la situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane: “Ho tre figli e quattro figlie. Due dei miei figli sono stati uccisi dall’esercito israeliano: mio figlio, Hosni aveva 23 anni e Mohammed 7  quando sono stati uccisi.

Il mio unico figlio che è ancora vivo, Ali Nidal al Sarfiti, è in carcere dal 7 luglio 2002, quando è stato arrestato al valico di Erez. Aveva ottenuto un permesso dalle autorità israeliane per attraversare il valico, ma quando è arrivato lì quel giorno, è stato portato in prigione. E’ stato condannato a 16 anni di carcere per aver partecipato ad attività di resistenza durante un’incursione dell’esercito a Jabaliya. Ali ora 32 anni. Era fidanzato quando è stato arrestato, ma ora la relazione è finita”.
Negli ultimi 9 anni, Abu Hosni ha visto suo figlio pochissime volte: “Ho potuto fargli visita in prigione solo due volte, l’ultima volta è stata nel 2003. Mia moglie gli ha fatto quattro visite, fino al 2004. In quell’anno, il 16 marzo, il più grande dei nostri figli Hosni è stato ucciso dall’esercito di occupazione. Da allora alla nostra famiglia sono state negate le visite dei familiari, per motivi di sicurezza. Ci siamo rivolti a varie organizzazioni per i diritti umani e al comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC), ma tutto è stato invano”.
L’unico modo con cui Abu Hosni riesce a comunicare con suo figlio è tramite le lettere: “Ho inviato molte lettere ad Ali attraverso la Croce Rossa, ma ricevo pochissime risposte.  Ali passa i messaggi a noi tramite le persone provenienti dalla Cisgiordania che vengono a visitare i loro parenti in carcere. Non è possibile effettuare chiamate telefoniche. Quando Ali era in prigione nel Negev abbiamo ricevuto alcune telefonate da lui, ma solo perchè alcuni prigionieri utilizzavano di nascosto i cellulari dalla cella. Ora che Ali si trova nel carcere di Nafha, tutto è molto più difficile”. Abu Hosni ha saputo da persone che sono in contatto con i detenuti che Ali ha fatto lo sciopero della fame dal 17 aprile.
La più grande sofferenza per Abu Hosni è quella di non sapere come sta suo figlio: “Per me i momenti più difficili sono quelli in cui Ali è malato o ci sono problemi all’interno del carcere. Non possiamo avere notizie direttamente da Ali, ma solo attraverso coloro che possono effettuare visite alle carceri. Durante e dopo gli interrogatori, lo stomaco di Ali sanguinava, per cui è stato ricoverato in ospedale per 3 mesi. Lo abbiamo scoperto attraverso altre persone, quando ormai era già da un po’ che stava male”.
Abu Hosni continua: “Questo significa soffrire. E’ molto difficile per un padre o per un parente non poter vedere il proprio figlio che è in prigione. I miei 2 figli sono stati uccisi. So il loro destino, sono morti. Tuttavia Ali è ancora qui, e non mi viene permesso di andarlo a trovare o sapere cosa sta facendo. Una delle nostre figlie è sposata e vive in Arabia Saudita. Ci possiamo vedere, telefonare e parlare via internet, ma non posso fare lo stesso con mio figlio che è in prigione. ”
Oltre 2.000 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e nei centri detentivi sono in sciopero della fame dal 17 aprile 2012, il giorno nazionale dei prigionieri. Hanno fatto molte richieste alle autorità israeliane: il miglioramento delle loro condizioni di vita nelle carceri israeliane, il permesso di ricevere le visite da parte della loro famiglia, in particolare per i prigionieri della Striscia di Gaza; la possibilità per i detenuti di avere accesso all’istruzione e la fine della pratica dell’isolamento, la repressione e la perquisizioni notturne. Molti prigionieri hanno iniziato lo sciopero della fame prima del 17 aprile e sono ora in condizione di salute critiche, in particolare Bilal Diab e Thaer Halahleh.
A seguito di un accordo mediato dalle autorità egiziane il 14 maggio tra i prigionieri e i detenuti e le autorità israeliane, lo sciopero della fame è finito. I dettagli specifici e l’applicazione dell’accordo non sono stati rilasciati al momento della pubblicazione.
Dal 17 aprile lo sciopero della fame ha iniziato a diffondersi al di fuori delle mura della prigione, con un numero crescente di persone in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza che hanno iniziato a rifiutare il cibo come simbolo di solidarietà. Abu Hosni dal 2 maggio si è alimentato solo con acqua e sale. Questa è la terza volta che partecipa ad uno sciopero della fame per migliorare le condizioni dei prigionieri palestinesi. “Eravamo 55 uomini e 30 donne. La gente ci ha fatto visita nelle tende per dimostrare solidarietà, e così il tempo è passato più veloce”. E spiega: “Non abbiamo richieste per noi stessi, ma sosteniamo i prigionieri e le loro richieste. Le esigenze fondamentali sono il permesso di ricevere le visite dei familiari, così come la fine dell’isolamento, della detenzione amministrativa, della tortura, delle misure punitive e delle perquisizioni sui corpi nudi. L’accordo costituisce un grande risultato”. Nonostante l’emozione, Abu Hosni non sa come l’accordo che ha posto fine allo sciopero della fame influenzerà la situazione della sua famiglia. I dettagli delle future visite famigliari non sono ancora state specificate.
“Sono passati 9 anni, tantissimo tempo” Abu Hosni racconta. “Il volto di Ali deve essere cambiato in questi anni. Se potessi andarlo a trovare ora, potrei addirittura non riconoscerlo. Sta invecchiando in carcere e non so come sia ora”.
La tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti dei detenuti costituiscono delle violazioni dell’articolo 7 del patto internazionale sui diritti civili e politici e dell’articolo 3 delle Convenzioni di Ginevra. Dal 6 giugno 2007, in seguito alla cattura del soldato Gilad Shalit a tutti i prigionieri della Striscia di Gaza è stato negato il diritto di ricevere le visite dei familiari. La negazione collettiva delle visite dei familiari e della comunicazione regolare con i parenti costituisce una forma di punizione collettiva in violazione dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra.

Tradotto in italiano da Marta Fortunato (Alternative Information Center)
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