Vite occupate: sognando una nuova casa

THURSDAY, 10 MAY 2012 05:54 CENTRO PALESTINESE PER I DIRITTI UMANI (PCHR)

Nasser con una delle sue figlie, nella tenda (foto PCHR)

Nasser Jaber Ismail Abu Said (38) proviene da una famiglia di rifugiati e vive a Johr al Dik, un piccolo villaggio agricolo a est di Gaza City. Fino al 2010 viveva a casa con i genitori a circa 300 metri dal confine israelo-palestinese.

E’ sposato ed ha cinque figli, quattro maschi, Ala (11), Beha (10), Sahad (9) e Jaber (4), e una figlia, Maissa (6). Racconta, “Eravamo molto felici, lavoravamo nella nostra terra e stavamo bene. I miei genitori erano al primo piano e noi al secondo con i bambini. I bambini erano abituati a giocare per strada, e noi ci sedevamo per strada a guardare la TV con le nostre famiglie”. Ma tutto è cambiato la sera del 13 luglio 2010.

“Eravamo seduti fuori a bere il tè e a guardare la televisione quando abbiamo sentito dei bombardamenti” Nasser ricorda. “Siamo corsi subito all’interno della casa. I bambini gridavano, era buio e non abbiamo visto nulla. Mia moglie Naama si è resa conto che Jaber, il nostro piccolo figlio era ancora fuori ed è andata subito a cercarlo. Ma c’erano ancora sparatorie e bombardamenti ovunque. “Quando Nasser è andato a cercarla, ha trovato la moglie supina a terra”. Ho cercato di alzarla sperando che fosse svenuta. L’ho chiamata, ha parlato con lei, ma non ha risposto. Ho provato a sollevarla ma la mia mano è entrata nella sua testa. ”

Naama era stata colpita da un proiettile. Dopo questo attacco, Nasser si è trasferito con i suoi 5 figli in una tenda posta a 200 metri dalla casa e a 500 metri dal confine israelo-palestinese, con la seconda moglie Ishan (30) e la sua nuova figlia, Naama (8 mesi), che era stata chiamata così in onore della sua prima moglie. Alla fine han fatto ritorno al luogo della loro casa a settembre 2010, ma han continuato a dormire nelle tende.

Il 28 aprile 2011, i bambini stavano leggendo, studiando e preparandosi per gli esami al secondo piano, quando la casa ha subito un attacco: “C’era un sacco di fumo e polvere, non potevo vedere nulla. I muri sono stati completamente distrutti e non riuscivo a ritrovare i miei figli. Tutto è accaduto così in fretta, l’elettricità se n’è andata non appena ho sentito esplosioni molto forti. Ho iniziato a cercare i miei figli ed erano sotto le macerie”. Tre dei suoi figli sono rimasti feriti, Ala, Beha e Maissa, così come il suo fratello Mohamed e sua moglie Sanah. Dopo pochi giorni, sono tornati a casa per stimare il danno. Nasser ricorda che “il secondo piano era completamente sparito”. Così ha deciso di tornare nella tenda e di stabilirsi lì mentre cercava di pensare ad un altro posto dove vivere, lontano dal confine.

Da allora, Nasser vive con la sua famiglia nel campo, composto da tre piccole tende. Nelle tende ci sono due stanze, più una stanza per l’ospite, una cucina, un piccolo bagno e due serbatoi per l’acqua potabile: “Ho avuto l’elettricità e i tubi per l’acqua da mio fratello, e abbiamo una televisione”. Come  rifugiato, Nasser riceve aiuti alimentari di base ogni tre mesi.

“Perché questo accade a noi? Abbiamo vissuto per 40 anni in pace, non abbiamo mai fatto male a nessuno, e non abbiamo mai avuto accuse di reato mosse contro di noi. Se è solo un incidente perché mia moglie e i bambini pagano il prezzo, e la nostra casa è stata demolita? ”

Secondo il secondo comma dell’articolo 8 (b) (i) e (ii) dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, il “dirigere intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile così come contro singoli civili che non partecipano direttamente alle ostilità” e ” dirigere intenzionalmente attacchi contro oggetti civili, cioè oggetti che non sono obiettivi militari” costituisce un crimine di guerra. Inoltre in qualità di potenza occupante, Israele ha l’obbligo di rispettare e garantire “il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e la sua famiglia, che includa cibo, abbigliamento e alloggio, e al miglioramento continuo delle condizioni di vita”, ai sensi dell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Tradotto in italiano da Marta Fortunato per l’Alternative Information Center (AIC)

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/striscia-di-gaza/3582-vite-occupate-sognando-una-nuova-casa

 

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