Vite sotto occupazione: “Spero di rivedere mio figlio prima che sia troppo tardi”

Evidenza – 4/9/2012

 

Gaza – PchrCinque anni fa il 28enne Yahya Ahmad fu arrestato mentre tentava di attraversare il confine per andare in cerca di lavoro in Israele. Successivamente egli fu condannato a una pena detentiva di 12 anni, da scontare nel carcere di Nafka, nel deserto israeliano. Dal giorno in cui fu imprigionato Yahya non ha più visto la sua famiglia di Gaza. Può però ricevere visite da sua sorella Khadija, che vive a Be’er Sheva, in Israele. Il 16 luglio 2012 fu permessa, a 24 famiglie di Gaza, la prima visita organizzata al carcere in 5 anni. I genitori di Yahya, Ahmad Eslayeh, 86 anni, e ‘Aisha Eslayeh, 75 anni, ottennero il quarto permesso per viaggiare in Israele a trovare il figlio.

Nel percorso verso Erez, ‘Aisha, purtroppo, morì sull’autobus. Suo marito Ahmad racconta che essi furono informati di poter far visita al proprio figlio solo il giorno prima. “’Aisha era molto felice, cantò tutta la notte, non riusciva a dormire per la contentezza. I vicini ci vennero a trovare per felicitarsi della buona notizia e il mattino dopo non mangiammo nemmeno: prendemmo un taxi alle 3.30 per l’incrocio di Beniseila e lì salimmo sull’autobus diretto a Erez. Ero con mia moglie quando morì: avvenne quando l’autobus si stava avvicinando a Wadi Gaza. Tornammo indietro alla sede della Croce rossa internazionale (Icrc) e prendemmo un’ambulanza alla volta dell’ospedale Shifa’. A quel punto io sapevo già che lei era morta. All’ospedale mi dissero che aveva avuto un infarto”.

Ahmad non vide suo figlio, quel giorno. Le altre famiglie, però, continuarono il viaggio verso il carcere: “L’autobus era pieno, c’erano circa 40 persone a bordo. La precedenza per le visite venne accordata a genitori e mogli, che poterono visitare figli e mariti. Una donna ci disse che le visite duravano circa 30 minuti, e ci disse anche che Yahya ci stava aspettando. Quando alcuni prigionieri appresero dalla televisione che sua madre era morta, lo informarono dell’accaduto”.

Solo alla sorella di Yahya, Khadija, venne permesso di far visita: al resto della famiglia, no. “Eccezionalmente riesco a far visita a mio fratello”, racconta Khadija, “in quanto vivo con la mia famiglia a Be’er Sheva. Se vivessi a Gaza non avrei il permesso di visitarlo, perché sono solo sua sorella, e in quanto tale non sono un membro prioritario della famiglia. Tutte le volte che l’ho visto l’ho trovato in ordine e sbarbato, e non si lamentava. Non voleva che mi preoccupassi per lui. Gli portavo dei vestiti ogni 3 mesi, ma ogni volta che lo vedevo indossava un’uniforme marrone. Quando i prigionieri iniziarono lo sciopero della fame per protesta contro le loro condizioni e contro l’impossibilità di ricevere visite, egli si unì alla protesta. Divenne molto magro e fragile, e gli chiesi perché stesse scioperando se io gli potevo far visita. Mi rispose di voler vedere i genitori: ‘Sono vecchi’, disse, ‘voglio che mi possano vedere prima di morire’. Io mi spostai a Gaza per badare a mio padre, dopo che mia madre era morta, così non ho più potuto visitare mio fratello. Non so quando lo potrò vedere di nuovo”.

Ahmad ammette che è stato difficile, per lui, non ottenere il permesso di visitare suo figlio: “L’ultima volta che l’ho visto è stato 5 anni fa. E’ dura vedere i suoi amici che si sposano. Ogni volta che vado a un matrimonio mi porto una sua fotografia, per sentire la sua presenza accanto a me. Io e mia moglie sognavamo di poter organizzare una grande festa nuziale, per lui, un giorno, ma ora sono vecchio, e non ci vedo quasi più. Ho bisogno di qualcuno che mi guidi, quando cammino. Spero che ci sarà un’altra possibilità di visita, e di riuscire a rivedere mio figlio prima che sia troppo tardi”.

Fino alla prima visita in carcere del 16 luglio scorso, le autorità israeliane, dal 6 giugno 2007, non permettevano, ai prigionieri della Striscia di Gaza, di ricevere visite di familiari. Le visite sono riprese grazie a un accordo negoziato dalle autorità egiziane il 14 maggio scorso, tra i prigionieri e le autorità israeliane, in seguito a uno sciopero della fame intrapreso dai prigionieri palestinesi e dalle loro famiglie. Attualmente si sono registrate 7 visite ai prigionieri. La Croce rossa internazionale stima che vi siano approssimativamente 500 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, dei quali solo 184 hanno, finora, ricevuto delle visite. Le visite durano circa 45 minuti, e i visitatori non possono portare nulla ai prigionieri. Ai visitatori non è nemmeno permesso toccare i loro cari incarcerati, li possono solo vedere attraverso un vetro. Se pure le visite ai prigionieri ora sono concesse, esse sono però inadeguate, dopo un periodo di separazione così lungo tra i familiari.

Secondo l’articolo 37 delle Norme sugli standard minimi per il trattamento dei detenuti delle Nazioni Unite, “ai prigionieri dev’essere permesso, sotto necessaria supervisione, comunicare con le loro famiglie e con i loro amici più stretti a intervalli regolari, sia tramite corrispondenza che ricevendo visite”. Ciò è confermato dal Corpo di principi per la protezione di tutte le persone sottoposte a qualunque forma di detenzione o restrizione, dove all’articolo 19 si afferma che “un detenuto o un prigioniero ha il diritto di ricevere visite e di tenere una corrispondenza, in particolare con i membri della sua famiglia, e dev’essergli data un’adeguata possibilità di comunicare con il mondo esterno”.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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