VIVERE A GAZA – di Vincenzo Nigro

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tratto da: FRAMMENTI VOCALI IN MO

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2019/11/vincenzo-nigro-vivere-gaza.html

GAZA CITY – Entrare e uscire da Gaza, e attaccarsi sempre di più alla vita. Infilarsi nella Striscia palestinese è una procedura lunga, un meccanismo. Ci si avvicina al valico israeliano di Erez, si entra come nel terminal di un aeroporto abbandonato, pochi banconi in funzione, soldati e doganieri che escono e ricompaiono da lontane porte blindate, che si aprono all’improvviso.

Da Israele si passa nella prima terra di nessuno, fino al posto di controllo della Anp, il governo palestinese del presidente Abu Mazen. Da Gaza l’Anp venne scacciata con la violenza da Hamas nel 2007, fu una guerra di 2 giorni. Nel 2006 Hamas aveva vinto le elezioni, il mondo non accettò il verdetto, volevano Abu Mazen al potere. A Gaza gli islamisti si presero la vittoria sul campo, e da allora governano 2 milioni di palestinesi, circondati e isolati da israeliani ed egiziani. Che presidiano tutti i valichi, chiusi ermeticamente e oppure aperti poco alla volta solo quando decidono loro.

Continua il cammino: altra terra di nessuno fino al posto di controllo del movimento islamico. Siamo dentro. Le strade, la campagna, le case e i villaggi cambiano immediatamente aspetto, sono lo scenario sbriciolato e polveroso di un Paese in guerra. A Gaza è stata messa in piedi una regola, un “meccanismo”: da fuori la politica è quella di soffocare la Striscia, per non fare avere successo ad Hamas che minaccia Israele con i suoi razzi. All’interno, gli islamisti dominano e soffocano i loro stessi cittadini, perché protestino soltanto contro Israele, ma non si azzardino neppure a ribellarsi al potere del gruppo.

Il primo residente che incontriamo è Maher al Tabaa, della Camera di commercio. I numeri dell’economia aiutano a capire tutto. Confermano il segno della paralisi totale. «Gaza ormai da 20 anni è in recessione, siamo precipitati e continuiamo a farlo. Tutti gli indicatori parlano di un collasso economico, e questo porta al collasso di tutto, della sanità, delle scuole, del lavoro, della vita. Il reddito pro-capite nel 1994 era di 2.760 dollari, nel 2018 è crollato a 1.830. Negli anni abbiamo avuto 3 livelli di “blocco”: dal 2007 al 2010 le merci basiche potevano entrare. Ma dalla “Turkish Flottilla” in poi, dal tentativo dei militanti turchi di arrivare qui in nave, gli israeliani e gli egiziani tagliarono il numero delle merci che entravano».

Dal 2009 al 2014 c’è stato un altro fenomeno, dice sempre al Tabaa, «le merci entravano di contrabbando dai tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto, ma da lì passavano anche le armi e gli esplosivi. Per un anno, con l’Egitto in mano ai Fratelli Musulmani di Morsi, alleati di Hamas, c’è stato un periodo di maggiore apertura del valico egiziano di Rafah. La disoccupazione era scesa al 28%. Poi è arrivato il regime di Sisi, tutti i tunnel sono stati distrutti. E dopo la guerra del 2014 con Israele, il blocco economico è stato un vero congelamento». Il risultato è che oggi la disoccupazione dei giovani è al 69%, quella generale al 44%, il doppio della Cisgiordania di Abu Mazen. «Ci sono state 7.000 installazioni economiche distrutte dagli israeliani», continua Maher al Tabaa, «1.500 uomini d’affari sono colpiti dal “ban”, il divieto, non possono più uscire o entrare». A Gaza il 90% della popolazione vive, cioè mangia e si cura, solo con qualche forma di aiuto delle Ong o dell’Onu.

Amjad Shawa, il coordinatore del Network delle Ong di Gaza, inzia a parlare del popolo: «I numeri dell’economia spiegano il disastro della popolazione. Se un popolo vive al 90% con aiuti Onu, se da 4/5 anni la condizione è di totale food insecurity, il risultato non può che essere una alienazione totale. Gaza esportava cibo, frutta ortaggi, perfino fiori fino ai mercati olandesi. Quel contadino che mandava germogli di gerani in Olanda oggi non mangia, e nasconde la morte nel suo cuore». Quando a marzo di quest’anno i cittadini di Gaza hanno provato a protestare in piazza contro Hamas per la miseria, i miliziani hanno colpito duro. Persino il capo della Mezzaluna rossa, Jamil Sarhan, è stato preso a bastonate, gli hanno fratturato le mani.

In un ospedale di Msf incontriamo alcune vittime dell’altra violenza, quella di Israele. Mohammed Massawabi è un tassista di 26 anni. Gira con una gamba ingabbiata da quei ferri e ganci che servono a raddrizzare l’osso. «Era il 30 marzo del 2018, il primo giorno della “Grande Marcia del Ritorno”, quella con cui andavamo alla frontiera di Israele per dire che volevamo ritornare in Palestina. Un cecchino mi ha sparato da 2 chilometri».

Il proiettile è entrato nel muscolo della gamba sinistra, è uscito e ha fratturato in mille pezzi la tibia destra. «Ci hanno sparato per farci dimenticare il diritto alla nostra terra e alla lotta per la nostra terra. Ma noi continueremo a lottare». I poveri feriti, i parenti delle vittime ripetono spesso con i giornalisti queste formule sulla “lotta eterna contro l’occupante”, che sono gli slogan suggeriti da Hamas. Hamas paga i feriti e le famiglie, e controlla le loro parole.

«Dal 2018 i morti per le manifestazioni al confine sono stati più di 300 e i feriti circa 8.000, un peso enorme per la Striscia», dice Candida Lobes, cooperante italiana, a Gaza per Msf: «Resterò qui un anno: questo ospedale è una struttura di seconda linea, noi assistiamo e curiamo soprattutto i traumatizzati agli arti, seguiamo le operazioni chirurgiche di cui hanno bisogno e poi la riabilitazione». Medici e infermieri raccontano qualcosa di un’altra faccia di Gaza, una dimensione che i giovani che incontriamo non ci rivelano. «Ci sono molti suicidi – dice Lobes – Ma per la religione islamica commettere suicidio è un marchio di infamia, per la vittima e per tutta la famiglia. E allora molti in questi mesi sono stati visti correre verso la barriera, come spinti dalla disperazione, verso le pallottole dei cecchini, a cercare una bella morte, una sfida contro l’oppressione». Correre verso i cecchini israeliani come per un suicidio che non si può ammettere.

Un altro girone di sofferenza è quello dei pescatori. Israele controlla e blocca il traffico delle barchette che partono dal porto e dalla spiaggia. Lo fa con le maniere dure: se una barca carica di tritolo sfuggisse al controllo in pochi minuti sarebbe ad Ashdod. Khadir Marwan Saidi è un pescatore di 31 anni: è rimasto cieco per i colpi che gli hanno sparato addosso in mare il 21 febbraio. «Sono figlio di una famiglia di pescatori, ho iniziato a pescare quando avevo 13 anni. Ero in mare con mio cugino Mohammed, siamo rimasti entro le 9 miglia, il limite allora era di 12 miglia. Stavamo per ritirare le reti quando sono arrivate le vedette degli israeliani. Hanno sparato perché ci volevano sequestrare le barche. Mi hanno colpito con i proiettili di gomma, che dentro hanno una palla di piombo, alla spalla e all’occhio. Mi hanno tolto un occhio, per un’infezione non vedo neanche dall’altro». A Gaza fino a pochi anni fa c’erano 4.000 pescatori, adesso sono 1.000. «Quando il mare era libero non avevamo limiti, pescavamo dove c’era il pesce; adesso usciamo, magari 6 o 7 pescatori su 2 barche, facciamo 600 shekels, 120 euro di pesca, mentre le barche ce ne costano 900». Il “Qatar Reconstruction Committee” per qualche mese aiuta le famiglie, a Khadir dovrebbero andare 100 dollari al mese. «Io amavo il mare, era la mia vita. Adesso odio il mare su cui ho perso la vista che serviva alla mia vita».

Un altro tipo di vittime sono quelle colpite direttamente durante gli scontri, durante gli attacchi aerei. In una casa di Gaza City ci sono le madri e le famiglie di 2 ragazzi, 14 anni. Mayson Namara, 38 anni, è la mamma di Amir. Maha Kuhail, 35 anni, è quella di Louai. Durante gli attacchi aerei, quando devono colpire un palazzo, gli israeliani avvertono i condomini: lanciano un missile “piccolo” sul tetto, più tardi arriva la bomba. Mayson crede che quello che ha colpito Amir e Louai sul tetto di casa sia stato uno di quei missili “piccoli”. «Erano saliti sul terrazzo per farsi delle fotografie. Il missile li ha uccisi. Mi avevano chiesto dei soldi per comprare del cibo, dicevano che avrebbero mangiato un panino fuori, invece sono saliti… Io sono orfana, ho cresciuto i miei figli perché mi stessero vicini nella vita. All’improvviso tutto questo è stato distrutto».

Mayson è maestra elementare nella stessa scuola di Amir, «ho avuto il certificato di eccellenza l’anno in cui lui è stato ucciso, a scuola dimentico tutto. Ma quando torno a casa, rivedo le sue foto, i poster che ci ha regalato la Jihad, mi crolla tutto addosso. Il mio mondo, la mia vita sono cambiati: la notte dormo con gli altri 3 figli, sogno di andare via da Gaza con loro. Una mia amica ci è riuscita, è fuggita via in Canada. Mi telefona, mi dice: a Gaza vivevamo in una tomba, qui è un paradiso!». Tutti quelli che raccontano Gaza, quelli che l’hanno vista e provano a descriverla, scrivono che Gaza è un “cimitero vivente”, una “prigione a cielo aperto”. È un posto dove la condanna a morte si sconta vivendo.

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Nella morsa di Israele e Hamas. “Una condanna a morte che qui scontiamo

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