VIVERE E MORIRE A DEIR EL BALAH. – di Patrizia Cecconi

 

9 agosto 2018

Il nome, Deir el Balah, significa il palazzo, o meglio il convento delle palme. E’ il luogo, unico al mondo, in cui si produce un certo tipo di miele di soli fiori di palma. Di una particolare specie di palma da dattero piuttosto rara.

Qui viveva la piccola Bayan quando un infame missile ha sfondato la sua casa facendo a pezzi lei, la sua giovane mamma e un fratellino ancora protetto, inutilmente protetto, dalla placenta che avrebbe abbandonato tra qualche giorno.

Ero venuta qui pochi giorni fa proprio per scrivere di queste palme particolari e mi aveva accompagnato Nedal Mohammed un giovane amico che vive qui e che sogna, come tantissimi altri, di poter uscire da questa gabbia in cui Israele lo tiene imprigionato.

Ora Nedal è al funerale. Sento a distanza il suo e il loro dolore. Ho pena per il giovane padre di Bayan, lui, unico sopravvissuto, che ora può abbracciare soltanto gli orsetti con cui Bayan stava giocando quando il terrorismo ebraico è entrato in azione fermando la sua vita. Gli orsetti sono rimasti a terra, sporchi di sangue. Il suo dolore si mescolerà con quello di tutti gli altri e sarà un dolore più grande del solito, ma sarà condiviso con tutto Deir el Balah, e non solo.

Deir el Balah è un grande villaggio e un grande campo profughi a sud di Gaza city. La condizione del campo la si può intuire guardando in foto il viottolo in cui passa la bara.

La vita è molto dura anche qui. La povertà è elevata, il lavoro manca eppure… eppure i gazawi sono un poolo strano. Si autodefiniscono un popolo pazzo e un po’ di ragione ce l’hanno. Passano dalla disperazione più devastante alle più pazze esplosioni di vitalità, sia i grandi che i piccoli. Percorrendo la via del mare, quella che porta fino a Rafah, se ne ha prova a colpo d’occhio. Sul mare affacciano le loro baracche e da lì spuntato bambini a frotte e di tutte le età, e poi muli, asini e carretti e anche qualche cavallo. Non è raro vederli tutti insieme, bambini, carretti, asini e cavalli in mezzo alle onde vicino alla battigia. Ridono, giocano, litigano. Vivono! Chissà se Bayan qualche giorno fa era tra quei bambini e chissà se sua mamma era tra le altre donne. Forse, ma ormai sono solo un ricordo.

Oggi migliaia di palestinesi le piangeranno (le piangeremo). E un pensiero di affetto e di dolore arriverà anche ad Ali, ucciso poche ore prima di loro e ai ragazzi uccisi il giorno prima.

Ci sarà sofferenza e rabbia, ma i gazawi sono un popolo strano.

Sono come la sabbia che costituisce la maggior parte del loro territorio. E’ la sabbia del deserto. Sembra sterile ma è fertilissima. BASTANO DUE GOCCE D’ACQUA PER FARLA FIORIRE, anche l’acqua salmastra la fa germogliare come mostra la splendida vegetazione che appare un po’ ovunque.

Così sono i gazawi, BASTANO DUE GOCCE DI SPERANZA, anche bagnata dal dolore, per fargli rialzare la testa e guardare in faccia la vita.

Stanno provando a distruggerli, i gazawi, ci stanno provando con l’arrivo dei profeti di sventura che cercano di trasformare questo popolo in un ammasso di questuanti immobilizzati dal loro essere vittime di questa oggettiva e inaccettabile situazione.

Ma alle vittime sono date sempre due strade: ribellarsi, costi quel che costi pur di mantenere il proprio orgoglio, o affogare nella palude melmosa del vittimismo rassegnato, cercando vie di fuga da pagare con la propria dignità.

Vivere a Deir el Balah è duro sì, come vivere in tante altre parti della Striscia, ma come bastano due gocce d’acqua per far fiorire le palme, così bastano due gocce di speranza per far rifiorire la vita, anche in nome di quei martiri che l’hanno perduta.

La piccola Bayan non ha fatto in tempo a conoscere i versi del grande Darwish, ma ci sono parole del grande poeta che saranno una carezza per suo padre e per chi resta a resistere, a “RESISTERE CON TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO DI TENACIA E DI IRONIA. CON TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO DI FURORE”. Ed io e tanti altri come me sarò/saremo con voi.

A te piccola Bayan e a tutti voi, martiri di una feroce e lunga ingiustizia, posso solo augurare che la terra vi sia lieve.

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