Voci oltre i muri: in cammino tra Betlemme e Gerusalemme – Appunti in punta di piedi

Voci oltre i  muri: in cammino tra Betlemme e Gerusalemme

Appunti in punta di piedi

 

Febbraio 2011.

Le rivolte che stanno avvenendo in Medio Oriente e nei Paesi del Nord Africa rende ancora più significativa l’esperienza che abbiamo vissuto in Palestina nei primi giorni di gennaio.  Ci sono movimenti in corso nel mondo arabo per la democrazia; protagonisti della piazza tanti giovani  Far breccia nei muri per abbattere l’indifferenza e promuovere la pace, la libertà, i diritti fondamentali di ogni uomo è il desiderio di tutti.  Ma come?

Il nostro viaggio testimonia che ci sono voci significative, persone e associazioni impegnate nel quotidiano per creare relazioni autentiche. Voci per lo più sconosciute. Da ascoltare e far conoscere.

Paola Barattin

Notizie per il volo Venezia-Tel Aviv con scalo Vienna e Tel Aviv-Venezia con scalo a Monaco nel ritorno, “riferimenti tecnici” per i passeggeri, copia del contratto d’agenzia… niente di tutto questo nel mio mini-taccuino dalla copertina rosata, che ho intitolato con scrittura veloce: Palestina 3-6 gennaio 2011. Viaggio nei luoghi dove si lavora per la pace … Anna, Giulia, Valentina, Alessandro e  Luca sono studenti attenti e curiosi, preparati a vivere un’avventura insieme a noi tre insegnanti Silvia, Angiolina e Paola, disponibili a confrontarci con la realtà complessa israelo-palestinese,  che conosciamo attraverso le “finestre”, non molto ampie, dei mass-media italiani.

Cercando di ricacciare in un angolo della memoria  le fasi estenuanti dei rigidi controlli all’aeroporto israeliano di arrivo, ci affidiamo al nostro gentile autista che diventerà via via un po’ anche la nostra guida turistica.

Betlemme, “casa del pane”  e del Caritas Baby Hospital

“Operare nel rispetto della dignità della persona” è la parola d’ordine utilizzata da Sr. Lucia, suora elisabettina veneta, che ci accoglie nella cappella del Baby Caritas Hospital, struttura voluta da un religioso svizzero nel 1952. Colpito dalla situazione dei bambini nei campi profughi palestinesi, frutto della guerra del 1948,  apre una prima struttura di accoglienza per i piccoli denutriti,  grazie al sostegno economico  di diocesi tedesche e svizzere. Oggi l’ospedale ha due pediatrie, 82 posti letto per bambini  fino ai 14 anni e 45 posti per le mamme; si effettuano 100 visite ambulatoriali nell’ala ospedaliera appena inaugurata, si contano 215 addetti sanitari, tutti arabo-palestinesi,  di religione sia cristiana, sia musulmana. Dal 1975 svolgono la loro preziosa attività educativo-sanitaria le suore Elisabettine,  sempre in collegamento con associazioni italiane disponibili a garantire donazioni in denaro che permettono di perseguire importanti obiettivi. L’ospedale infatti non firma convenzioni  con l’Autorità Nazionale Palestinese per essere libero nell’organizzazione medico-sanitaria  da imposizioni legislative islamiche (la maggioranza dei ricoverati è musulmana).

Donne e bambini: vedi alla voce “inferiorità”…

Unico in tutta la Cisgiordania, dove non esiste specializzazione pediatrica, il  Caritas Baby Hospital ha ben chiare le mete da perseguire: lavorare insieme con le famiglie locali per condividere la responsabilità  di accogliere ed accompagnare figli deboli e malati, superare selezioni discriminanti (dettate dalla mera legge del profitto) attuate spesso negli ospedali israeliani interpellati nei casi di necessità, impegnarsi nella formazione di operatori socio-sanitari chè possano raggiungere anche villaggi  lontani da Betlemme.

L’impatto culturale è stato forte per suor Lucia, che non si rassegna ad accettare la sottomissione della donna palestinese agli “uomini di famiglia”, il contesto difficile segnato dal “potere” maschile, i maltrattamenti e l’abbandono dei minori più deboli, la scarsità dei servizi sociali e la conseguente scarsa possibilità di attivare adozioni ed affidi adeguati,  la poca considerazione del lavoro formativo.

Maledetta burocrazia!

Dal 2004 con la seconda Intifada e l’instabilità politica, sono sorti  ben quattro insediamenti israeliani intorno a Betlemme. I cosiddetti “sistemi di sicurezza” (posti di controllo e alte mura che attorniano la cittadina) e i lunghi tempi burocratici (es. nelle feste religiose) impediscono alla gente locale di muoversi; diritti elementari sono stati spesso violati. Un numero ci impressiona: 22 neonati non hanno ottenuto la necessaria assistenza e sono morti!

Questione di stile …

Un comitato di sicurezza in seno alla struttura ospedaliera è stato creato quale punto di osservazione per intervenire in caso di maltrattamento fisico e psicologico del minore. Diversi addetti all’assistenza dell’ospedale hanno studiato all’estero e sono tornati per un servizio al proprio Paese, la Palestina.

Suor Lucia ci saluta dopo averci accompagnato a visitare i locali con i piccoli pazienti, assistiti anche da qualche papà e nonno. I loro volti e soprattutto i grandi occhi scuri dietro il vetro ci commuovono. Le cannule dell’ossigeno e dell’alimentazione per i più piccoli ci parlano della sofferenza,  che  silenziosa interroga ciascuno di noi.

Sr. Lucia, senza parole, sembra rispondere con disinvoltura: è questione di stile, caratterizzato dalla fede e dal coraggio; le  tante sfide si affrontano  con tenacia, credendo nella responsabilità condivisa e nella formazione della donna.

Il tempo discretamente bello ci offre la possibilità di una  passeggiata al “campo dei pastori” dopo aver pranzato con piatti tipici palestinesi (pane arabo con salse piccanti, falàfel, polpettine arabe, pollo e verdurine variopinte). Il fascino delle  grotte originali e la tranquillità del luogo rendono più suggestive le parole evangeliche di Luca incise sui grandi massi:  E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:  “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.   Una pace che da quella notte è diventata una promessa da “abitare” e per i credenti da invocare da quel Bambino che ha squarciato la storia in due parti.

Tenda delle nazioni: noi ci rifiutiamo di avere nemici!

 

Amal Nassar, fisioterapista al Baby Hospital, ha un sorriso dolcissimo e un nome profetico: Speranza. La sua storia ci rende pensosi e ci abilita a credere ai sogni.

Il nostro pullmino si ferma quasi improvvisamente su una strada sterrata bloccata da un grande masso, appositamente sistemato per costringere il proseguimento a piedi. Raggiungiamo insieme ad Amal la collinetta di proprietà della sua famiglia,  coltivata ad ulivi e diventata per tutti “la tenda delle nazioni”. L’abitazione poverissima ci parla del desiderio di rimanere in quell’appezzamento, frutto di incredibili sacrifici per parenti e antenati, simbolo negli ultimi decenni della resistenza pacifica dei palestinesi all’occupazione israeliana. Resistenza condivisa anche da amici israeliani e da volontari che provengono da numerosi Paesi del mondo.

                       

Il sogno del meeting point e i volontari dal mondo

“Come capirci se non ci incontriamo?” esordisce “Speranza”, invitandoci a sedere all’interno di una grotta dove campeggiano i volti dei suoi antenati.  Ci offre un’autentica lezione di pedagogia, narrando lo stile di accoglienza che vige in quel territorio forzatamente  recintato e amato da sempre, nella convinzione che per rompere il cerchio di violenza che attanaglia Palestina e Israele è necessario lavorare con i piccoli e non stancarsi di promuovere iniziative di incontro che favoriscano la conoscenza reciproca e diano informazioni corrette al mondo. Molti ragazzi del volontariato civile internazionale arrivano in questo fazzoletto di terra per intensificare le coltivazioni, ma anche per animare e promuovere numerose attività interculturali. “Tent  of Nations” organizza con i volontari  corsi di pittura, iniziative di educazione alla pace e con lo scopo di superare forme depressive di cui soffrono numerose donne palestinesi, costrette  in casa per mesi ed anni.

Un variopinto murales testimonia il passaggio di volontari e turisti solidali con l’associazione di Amal.

Un ulivo per amico

 “Pace, dialogo, salvaguardia del creato”: così i graffiti diventano slogan che impegnano chi legge ed invogliano a sottoscrivere un “certificato di solidarietà” che garantisce la piantagione di un ulivo,  segno di fecondità, e garantisce la permanenza e la sopravvivenza  in questo territorio sempre a rischio.

Le azioni concrete, come il progetto di installazione di pannelli solari da parte della Germania e il corso di poesia inaugurato da una poetessa americana, donano speranza e permettono di dire con Amal: “il futuro è oggi!”.

Geries Saed Khoury: parlo, grido, scrivo senza paura

Alle 18 sulla nostra agenda di viaggio è segnato un appuntamento che resta piuttosto misterioso per le poche notizie di cui siamo forniti. Al Liqa’ è un Centro per l’incontro interculturale e religioso; ci attende il suo Presidente.

Geries Khoury è un uomo sulla sessantina dall’espressione piuttosto severa, almeno così sembra in un primo momento. Al nostro arrivo sta uscendo per essere intervistato da una radio locale sulla strage di capodanno avvenuta  nella chiesa cristiana copta  di Alessandria d’Egitto.

Nel verbalizzare con fierezza la sua carta di identità di “arabo-palestinese, cristiano della Chiesa melkita (greco-cattolica) con cittadinanza israeliana”, ci offre motivo di disappunto….“In Occidente il termine arabo è associato subito a cattivo”, esordisce il nostro interlocutore, per poi correggere il tiro: “la maggioranza anche di italiani pensa così, perché ci ignora, non ci conosce, non conosce la nostra storia”.

Mentre spiega gli aggettivi che definiscono le sue molteplici appartenenze, Khoury enumera problemi concreti, cifre, criteri di lettura della situazione palestinese e la crisi di identità di Gerusalemme a livello culturale e religioso.

L’appello alla coscienza occidentale

Parla un buon italiano il nostro interlocutore, insegnante di arabo e letteratura per diversi anni all’Università di Napoli; non nasconde la sua simpatia e i contatti mantenuti con amici italiani del movimento Pax Christi. Si definisce “rispettoso delle leggi”, ma critico su quella che in molti non vogliono definire chiaramente “occupazione” dei territori palestinesi e che, peraltro,  non è azione prevista da una legge israeliana .…

Non si possono tacere le ingiustizie e le sofferenze provocate dalle recinzioni e dai muri che attorniano i villaggi palestinesi, le restrizioni alla libertà di circolazione in Cisgiordania e Gaza, la violazioni dei diritti umani.

A più riprese l’excursus storico (che prende le mosse dal 1896 anno della pubblicazione da parte del leader sionista Theodore Herzl  del saggio- manifesto “Lo Stato degli ebrei”)  è interrotto da un appello carico di passione civile: “raccontate ciò che vedete con i vostri occhi!”. Il fondatore del Centro, senza giri di parole, si rivolge a noi per invitare con forza gli “occidentali” a cercare la verità sulla questione israelo-palestinese, senza  il timore di essere tacciati per antisemiti… (riferisce i contenuti della Risoluzione dell’Assemblea generale ONU 2004: il muro costruito all’interno dei territori occupati è contrario al diritto internazionale e chiede a Israele di demolirlo). Sono la politica,  l’economia, il business,  non la religione a causare tensioni e violenze. I governi d’Europa sono chiamati, secondo Khoury, ad azione diplomatica più decisa per la pace e i diritti umani, superando una politica estera “debole ed ignorante”.

Parole che ci colpiscono, ma che meritano considerazione: Le facciamo nostre per poterle confrontare successivamente con altre testimonianze.

Centro per l’incontro inter-culturale e religioso

Al Liqa’ significa “incontro” ; il professore, che ha al suo attivo varie pubblicazioni,  snocciola le iniziative promosse a livello culturale, ecumenico, inter-religioso. Quasi tutte le Chiese locali fanno parte del Centro, che vuol essere davvero luogo di accoglienza per  musulmani, ebrei e cristiani delle varie Confessioni. Annualmente si tengono giornate e conferenze per approfondimenti della teologia palestinese, per arricchire il dialogo islamo-cristiano ed ebraico-cristiano. Due riviste del centro vengono pubblicate in arabo e in inglese.

 

Quando il vero “nemico” è la pace…

Il popolo palestinese desidera la pace e la  maggior parte non approva la seconda Intifada, perché armata: la violenza porta solo altra violenza e peggiora la situazione di fronte alla comunità internazionale! Un “gran numero” di israeliani sostiene l’illegittimità degli insediamenti nei territori palestinesi e ricerca insieme ai palestinesi  una soluzione (nel Parlamento israeliano tuttavia solo il 2%  sostiene la pacificazione “giusta”).

Le settanta etnie di cui è composto il popolo israeliano sembrano esser tenute insieme da un nemico  comune: la pace!  Khoury vuol provocare ulteriormente la nostra riflessione con un vero e proprio paradosso… la pace può essere  un nemico che promuove aggregazione e muove  gli animi “contro” le persone anziché a favore della pacifica convivenza? (!)   La risposta  affermativa del professore ha una motivazione: con la pace raggiunta terminerebbe il sogno sionista! “Per l’Occidente, d’altra parte”-  argomenta Khoury – il nemico da sconfiggere  che creava fronte comune era il comunismo un tempo, l’islam oggi…”

Pur essendo una piccola minoranza, spesso trascurata anche dalle comunità sorelle di altri Paesi, i cristiani di Palestina resistono (son passati per sei guerre e due intifade!), decisi a vivere con “spirito nuovo i vecchi problemi”,  a rimanere con vocazione profetica: uniti nel nome del vangelo per promuovere giustizia e pace.

Khoury  ci saluta testimoniando la sua fede in Cristo: “se camminiamo in Lui affrontiamo ogni problema nel modo giusto”. La mia fede mi incoraggia a non tacere e a lottare per la dignità di ogni persona.

A cena condividiamo impressioni a caldo e ci scambiamo le domande che una giornata così intensa ha suscitato nel nostro cuore. C’è di che far tesoro per il proseguo …

Daniela Yoel e le donne israeliane volontarie nei checkpoint 

Mercoledì 5 gennaio inizia la giornata gerosolimitana. In testa alla nostra agenda l’appuntamento con Daniela Yoel, in comunicazione con noi tramite posta elettronica. Ognuno  ha una sua immagine in testa. Sinceramente pensavo di trovarmi di fronte ad una donna robusta, in abiti militari, quarantenne. Niente di tutto questo. Daniela arriva puntuale  all’incrocio Emek Refaim, così entriamo in un caffè. E’ alta e slanciata con i capelli grigio naturale, abiti civili. Bibliotecaria  all’Università ebraica, laureata in italiano e francese, cittadina israeliana di fede ebraica, Daniela parla molto bene la nostra lingua e cerca di narrarci la sua interessante esperienza di volontariato con termini appropriati, toccanti, servendosi di aneddoti, poesia e letteratura, testi biblici. E’ una  donna di carattere, appassionata per l’uomo ed i suoi diritti. Ci ringrazia più volte per aver avuto il coraggio di intraprendere un viaggio nella sua Terra, con disponibilità ad ascoltare ed osservare. Anche lei si appella alla nostra sensibilità e coscienza per far giungere un messaggio in Italia, dove viene spesso per parlare a studenti, organizzazioni di volontariato e per incontrare gli amici del tempo dell’università.

Il testo che ci ha inviato è molto chiaro e ci comunica le ragioni dell’impegno suo e di tante donne israeliane nell’associazione “Machsom-watch”, che fondamentalmente persegue tre obiettivi:

  • monitorare il comportamento dei soldati e della polizia  nei posti di controllo gestiti dall’esercito israeliano;
  • assicurare il rispetto dei diritti umani e civili dei palestinesi (soprattutto nel momento dell’ingresso in Israele);
  • registrare e diffondere i risultati raccolti.

Trascrivo parte della sua narrazione.

Se i buoni tacciono…

Due citazioni definiscono in maniera più chiara le motivazioni ideologiche della nostra attività. La prima è di Edmund Burke, uomo di stato e teorico politico, che ha detto:Perché vi sia il male è sufficiente che i buoni tacciano”. La seconda sta scritta all’ingresso dello Yad vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, in un’insegna con le parole di Tolkholski, ebreo tedesco perseguitato dai nazisti, i cui libri furono bruciati e che fu costretto a cercare rifugio prima a Parigi e poi in Svezia: “Una nazione si valuta  non in base a quello che compie, ma secondo quello che è disposta a tollerare, secondo quello che lascia fare senza protestare”.

Esserci!  per i diritti umani…  no all’impotenza e al fatalismo

Vorrei condividere con voi una breve storia personale, che è quella che mi ha spinto a unirmi a questo gruppo di Machsomwatch, oltre al desiderio di fare qualcosa di concreto. Si tratta di una storia accaduta 14 anni fa a una donna palestinese che si era sottoposta a dei trattamenti per la fertilità per nove anni e che alla fine era rimasta incinta di due maschi. Il giorno del parto si era presentata con la famiglia e il marito al posto di blocco (checkpoint) che doveva attraversare per andare in ospedale, ma i soldati israeliani non l’hanno lasciata passare; la donna ha così dovuto partorire a terra il primo bambino, che è morto subito. Nonostante la sua famiglia implorasse i soldati dicendo: “Ne ha ancora un altro nella pancia, lasciatela passare!”, per salvare almeno il secondo. Quelli non l’hanno lasciata andare e così la donna ha partorito anche l’altro bambino, e anche questo è morto. Solo quando era ormai evidente che la donna era a rischio di emorragia, hanno lasciato che raggiungesse l’ospedale. Proprio in quel periodo mia nuora ha partorito anche lei due maschi, che sono i miei nipotini.  Ora, vedo come crescono e non posso non pensare a quella madre e a anche a quella nonna che sono rimaste con un vuoto e un indescrivibile trauma. Allora ho pensato che se fossi stata presente in quel momento al posto di controllo forse i soldati l’avrebbero lasciata passare.

All’inizio della seconda Intifada nel 2001, a seguito di una serie di resoconti di abusi contro i diritti umani nei posti di blocco militari israeliani, abbiamo deciso, come gruppo di donne, che era ora di finirla con l’autocommiserazione e senso di  impotenza. Abbiamo detto “no” al fatalismo (…). Volevamo vedere con i nostri occhi cosa succede nei posti di blocco militari, che cosa succede nel cortile dietro a casa. Volevamo essere a contatto diretto coi fatti, senza il filtro delle versioni ufficiali.

Un altro punto di vista: una  sfida all’attività militarista …

Il nome del nostro gruppo significa “posto di blocco militare”;  watch – che in inglese vuol dire “osservare”, è un termine aggiunto a tanti gruppi nel mondo che sorvegliano, o tengono sotto controllo questioni problematiche.

All’interno della Cisgiordania e sul confine di Gaza sono sparsi centinaia di posti di blocco, e al momento Gaza è il carcere più grande nel mondo. Posti di blocco e installazioni militari sono il volto paradigmatico e doloroso dell’occupazione; essi sono il punto d’incontro e di scontro fra l’esercito israeliano e la popolazione civile palestinese. Non si tratta di semplici luoghi di controllo come negli aeroporti, infatti il passaggio non è accordato a tutti. Sono luoghi di tormento, di persecuzione burocratica.

Noi di Machsomwatch portiamo una targa sulla quale è scritto: no all’occupazione, no ai posti di blocco che sono una conseguenza dell’occupazione. Noi ci battiamo per i diritti umani. Non apparteniamo a nessun partito politico; andiamo ai posti di blocco per protestare contro l’occupazione che dura ormai da più di 42 anni. Osserviamo l’attività dell’esercito e della polizia militare in quanto cittadine israeliane. Veniamo dal seno della società israeliana e ci confrontiamo faccia a faccia col nostro esercito in quanto rappresentanti della società civile. Esigiamo visibilità, domandiamo conto di quello che viene fatto nel nostro nome. Esigiamo così il diritto a manifestare la nostra resistenza non violenta. Dopo ogni turno di sorveglianza scriviamo un rapporto che viene diffuso  nel nostro sito internet ed inviato ai giornalisti, ma anche ai membri della Knesset, cioè del parlamento israeliano, e ad altre organizzazioni. La nostra attività rappresenta anche una sfida al discorso militarista che si svolge dentro la società israeliana.

… nel desiderio di coesistenza tra israeliani e palestinesi

Noi donne di Machsomwatch vogliamo proporre un altro approccio, un altro modo di pensare. Occorre tener conto che la maggior parte dei palestinesi non ha occasione d’incontrare israeliani, se non come soldati. Di conseguenza loro vedono nei soldati gli agenti del colonialismo; gli operai che costruiscono la geografia insolubile dell’apartheid. Con la nostra presenza ai posti di blocco, noi trasmettiamo un messaggio col quale diciamo che ci sono anche degli israeliani che cercano la coesistenza pacifica con i palestinesi e che li considerano come partners con cui vorrebbero negoziare su una base di parità. Qualche volta i palestinesi ci dicono: “Ma a che cosa serve questa vostra attività di sorveglianza? Non servite a nulla, ma grazie comunque per essere venuti perché vedete quanto soffriamo”.

 

Il pretesto della sicurezza, le umiliazioni … attutite da uno  sguardo di umana solidarietà

Questo mi fa pensare al dialogo immaginario che mantengo coi miei famigliari che durante la seconda guerra mondiale sono stati deportati a Treblinka e lì sterminati. Come loro, anche i palestinesi mi dicono: “Guarda la nostra sofferenza … una tragedia anonima, poiché nessuno ci accorda neanche uno sguardo di umana solidarietà, uno sguardo che potrebbe ridurre un po’ la nostra sofferenza”.

Dopo quasi 10 anni di attività di sorveglianza, noi di Machsomwatch siamo convinte (e lo dichiariamo in una maniera categorica) che i posti di blocco non servono alla sicurezza e che anzi la sicurezza non è che un pretesto. Prima di tutto, molti posti di blocco non sono localizzati sulla frontiera; inoltre, le restrizioni al libero movimento delle persone rappresentano un mezzo per affermare il predomino, per controllare e per umiliare, e come tali esasperano l’odio, il rancore e l’ostilità; essi sono una punizione collettiva, che non fa che alimentare il desiderio di vendetta, accrescendo il numero dei palestinesi disposti a sostenere o partecipare in eventuali attentati contro Israele.

Responsabilità condivise dai due popoli, la sfida civile e religiosa

Naturalmente, non siamo così benevolmente sprovvedute da dispensare i palestinesi dalle loro responsabilità. Questo sarebbe un atteggiamento paternalista. Le nostre responsabilità sono più grandi, in quanto più forti militarmente e meglio organizzati.

Anche noi pensiamo che Israele è ancora minacciata e che ha bisogno di un esercito forte, ma imporre all’esercito compiti che non gli sono propri, ovvero esercitare delle vessazioni sulla popolazione civile disarmata, vuole dire indebolire l’esercito israeliano.

Per me, in quanto donna ebrea e religiosa praticante, l’impegno civile è anche una sfida religiosa. È proprio l’educazione religiosa nella quale sono stata allevata ed educata che mi ha spinto verso questo tipo di attività.

Niente è sigillato e niente cade dal cielo a meno che non si tratti di un terremoto o dell’eruzione di un vulcano: tutto è fatto dagli uomini e tutto rappresenta la conseguenza delle loro scelte.

Ciò che vi chiedo è di fare delle pressioni sul vostro governo, affinché incoraggi in maniera mirata quegli elementi della società israeliana che vogliono arrivare a un compromesso con i palestinesi. E forse anche salvare Israele da se stesso.

La voce ferma di Daniela e il suo argomentare ha creato un clima di profondo e commosso ascolto. Qualche domanda da parte nostra diventa occasione per prolungare la riflessione e la narrazione. Questa donna coraggiosa è certa che bisogna insistere nel quotidiano; non sono le iniziative episodiche, anche se significative, che incidono e favoriscono cammini di liberazione. Due risorse importanti vengono minate tutti i giorni: la terra e il tempo. E’ inimmaginabile la vita “bloccata” dei palestinesi che si sfiniscono nelle attese ai posti di controllo e non hanno spesso più la forza di scegliere. Ci sono soldati che rompono il silenzio e prendono posizione contro le iniziative militari. Sono segni forti di speranza, che dicono: “la convivenza è possibile!”. E’ necessario però non rinunciare a pensare, a riflettere, a vivere quotidianamente ciò in cui si crede. Daniela ci saluta citando Martin Luther King: “il giorno in cui una persona decide di non parlare più delle cose importanti, ha iniziato a morire”…

***

Saliamo sul Monte degli Ulivi e la vista panoramica di Gerusalemme ci allarga il cuore e forse lenisce momentaneamente i pesanti interrogativi che ci portiamo dentro.

La foto con il cammello e il dono di un rametto d’ulivo in cambio di qualche shekel sono d’obbligo.

Jamal, il nostro paziente autista, ci accompagna nel cortile della Casa delle missionarie comboniane, un tempo luogo di ospitalità per i pellegrini, oggi scuola materna per un esiguo numero di bimbi palestinesi. Attorniata per tre lati dalla barriera di separazione (security fence) avviata da Israele nel  2002 in Cisgiordania, con lo scopo ufficiale di impedire fisicamente l’intrusione di terroristi palestinesi nel territorio nazionale, la struttura è testimone di una serie di violazioni  ai diritti umani delle famiglie palestinesi di Betania, costrette a percorrere fino a 15 chilometri rispetto ai pochi metri necessari per accedere al servizio delle religiose.

Alicia e Jeremy: sulle strade a rischio con i beduini

Ci accoglie con sorriso aperto e volto sereno Suor Alicia Vacas, di origine spagnola  che ci presenta subito Jeremy Milgrom, Rabbino ebreo arrivato a Gerusalemme dall’America nel 1968. Insieme si occupano delle popolazioni native beduine, soprattutto nell’ambito dell’istruzione dei bambini e della salute.

Per le famiglie della vicinissima Betania, che al tempo di Gesù era il luogo abitato dagli amici del Maestro (Lazzaro, Marta e Maria), è reso  difficilissimo l’accesso ai servizi educativi e sanitari. Volontari e comunità attenti alle persone sfiancate dalle costrizioni,  sono quanto mai preziosi per tenere i contatti, creare ponti tra le diverse etnie, soprattutto con gli abitanti che appartengono alla popolazione nativa (pastori provenienti dal Sud di Israele), non considerati dei “resistenti” all’occupazione israeliana, ma che hanno subìto la deportazione. Il lavoro con loro è soprattutto umanitario.

La  comunità di religiosa di Sr. Alicia vuol essere segno di accoglienza per tutti  e mantenere contatti con la realtà araba di Gerusalemme.

I beduini, spiega la religiosa, proiettando immagini a supporto delle  affermazioni, sono emarginati sia dagli Israeliani, sia dai Palestinesi.

Il rabbino Jeremy le fa eco evidenziando la sofferenza di questa frangia nomadica che era dedita alla pastorizia e si è trovata a fronteggiare due, anche tre deportazioni. Ricorda i tentativi, andati a vuoto, di difendere un gruppo di beduini disperati nelle deportazioni dell’inverno del 1997.

I nostri interlocutori descrivono varie iniziative per facilitare il contatto degli israeliani con le popolazioni beduine: insegnamento dell’inglese e anche dell’ebraico, istruzione di base, integrazione delle esigenze tradizionali delle famiglie con elementi di modernità.

Accoglienti ma riservati, i beduini più anziani si limitano alla comunicazione non-verbale. Molti lavorano alle dipendenze di famiglie israeliane, ma la precarietà rappresenta il denominatore comune di una popolazione che non è libera di spostarsi, né di costruire abitazioni accanto alle tende … A fronte dell’urgente bisogno di una scuola, “Vento di terra”, una ONG milanese esperta in bioarchitettura, ha realizzato un edificio scolastico

piacevole ed accogliente, facendo fronte ai divieti della cosiddetta “zona C” (sotto stretta vigilanza militare israeliana). Gli ordini di demolizione sotto giunti ugualmente, racconta Suor Alicia, ma le risposte alternative sono sempre creative… perché sta a cuore l’educazione e l’emancipazione in una società, quella beduina,   nella quale la vita pubblica risente ancora della separazione uomini-donne e dove “donne e bambini” rappresentano un mondo a parte.

Jeremy, appartenente alla corrente rabbinica dell’”universalismo”, si sente un privilegiato  per il fatto di godere  libertà di movimento;  ci offre una chiave di lettura  della questione israelo-palestinese: i rifugiati; essi sono “usati” da Israele senza essere considerati nei loro diritti fondamentali (80% popolazione palestinese è rifugiata).

Suor Alicia  ricorda con dolore dal 2001 al 2005, dopo l’inizio della seconda intifada, il lungo ed acceso dibattito per la collocazione del muro ed il suo innalzamento che preclude comunque  i contatti con i vicini.

L’intervento del nunzio apostolico e tanta insistenza della comunità hanno ottenuto la realizzazione di una porta che poteva aprirsi per soli 15 minuti al mattino ed altrettanti la sera, per permettere ai bimbi di frequentare la scuola materna delle suore. Ora anche quella porticina rimane sbarrata e per numerose famiglie è diventato impossibile far arrivare i piccoli percorrendo ben 15 chilometri e salendo su due bus (palestinese fino al confine, quindi israeliano fino alla casa comboniana….). I giovani oltrepassano il muro, anche di notte, per entrare in città a lavorare o pregare. Il rischio di ferirsi è sempre alto e le cure non a portata di mano…

“Li proteggerai da ogni male” : l’esperienza di Medici per i Diritti Umani

Jeremy Milgrom,  membro dell’associazione “Rabbini per i diritti umani” e Suor Alicia, consacrata da 20 anni e già  missionaria a Dubai e in Egitto, sono anche volontari a fianco dei Medici per i Diritti Umani (MEDU), organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale, senza fini di lucro, indipendente da affiliazioni politiche, sindacali, religiose ed etniche. Medici e personale sanitario si impegnano su due versanti: l’assistenza sanitaria diretta e la difesa dei diritti umani. Oltre ad una clinica aperta a Tel Aviv, Medici per i Diritti Umani ha attivato delle cliniche mobili, per far fronte al problema dei clandestini in Israele, “creati” da una legge con effetto retroattivo. Il problema più serio per i palestinesi è l’accesso ai servizi sanitari di secondo e terzo livello.  Un gruppo di medici sta tentando di recarsi nei villaggi per effettuare cure specifiche a chi ne ha bisogno.

Per sfondare i muri è necessario non lavorare per schematizzazioni, promuovendo ogni gesto di bene, da qualsiasi parte provenga. Una priorità perseguita dalla ONG riguarda il lavoro di coscientizzazione su diritti/doveri dei giovani medici, nonché offrire consulenza legale per medici in carcere.

In questo periodo, ci fa sapere suor Alicia, è in atto una ricerca sul “traffico di esseri umani” scoperto grazie a raccapriccianti testimonianze che provengono dal Sinai. Una tratta degli schiavi, un orrore,  da far conoscere al mondo per intervenire adeguatamente.

Al termine del dialogo mi sembra di aver conosciuto da sempre questi volti che mantengono la serenità  pur esprimendo tutta la loro compassione per ogni persona di cui raccontano le vicissitudini.

Educazione e sanità sono le due frontiere intorno alle quali continuare a lavorare per ridurre le barriere tra popolazione israeliana e palestinese, ma anche per esprimere solidarietà concreta.

Il saluto è affettuoso, l’invito a far conoscere ciò che abbiamo ascoltato si ripete …

Ritrovo il nome di Suor Alicia, infermiera e missionaria che rimane a Gerusalemme “per condividere fatiche e speranze”,  tra gli estensori del rapporto sulla missione d’inchiesta riguardante le violazioni dei diritti umani nella strage nella striscia di Gaza, avvenuta nei mesi di dicembre 2009 e gennaio 2010.

Un documento che circola sul web,  “Kairos Palestina” (…è il momento), sottoscritto anche  dalla attiva comboniana, affronta il tema della riconciliazione e del pentimento per le azioni che hanno fomentato l’odio. Il testo si concentra su tre parole decisive: speranza nella giustizia, amore (per superare i risentimenti personali e collettivi) e resistenza (contrastare il male secondo il vangelo di Cristo). L’appello è rivolto a ebrei e palestinesi, affinché ognuno faccia la sua parte, alla comunità internazionale e alle Chiese del mondo  perché riconoscano l’indifferenza colpevole di fronte alle tragedie, talvolta nascoste dietro posizioni teologiche devianti.

Mi chiedo come  interpretare, alla luce di questo nostro viaggio, la pianificazione di un nuovo muro in Grecia,  una rete divisoria ai confini con la Turchia, annunciata dal ministro “per la protezione dei cittadini”,  al fine di impedire  l’ingresso di immigrati illegali …

Abuna Manuel, prete cattolico a Gaza per 14 anni, in una lunga e bellissima intervista rilasciata al coordinatore nazionale di Pax Christi Nandino Capovilla, afferma: “Mantenere sicura una nazione solo con l’uso della forza è impossibile. E mantenere la Palestina con la forza delle armi a lungo andare sarà impossibile (…) La pace deve essere basata sull’amicizia, sul perdono, sullo sviluppo, sulla giustizia, sul rispetto. Solo così potremo riunirci, israeliani e palestinesi, in modo da creare qualcosa di duraturo. Credo ci sia una forza, un’amicizia e una relazione possibile nella diversità …”

I testimoni che abbiamo incontrato ce lo hanno dimostrato. Con i fatti, più ancora che con le parole.

Tra i quartieri di Gerusalemme avvolti da colori e profumi

Le ultime ore a Gerusalemme sono dedicate ad un “giro turistico” che si tinge di colori e profumi  indimenticabili.

La spianata delle moschee è chiusa, ma entrando dalla porta di Damasco percorriamo i diversi quartieri della città, “la santa” per le tre religioni monoteiste. Attraversando l’ennesimo checkpoint possiamo avvicinarci all’imponente Muro Occidentale, nella zona riservata alle donne o agli uomini, secondo l’appartenenza di genere. E’ suggestiva la preghiera mormorata, il dondolio del corpo che partecipa alla preghiera spesso affidata al fituchu, il foglio infilato tra le grosse pietre che testimoniano il pianto degli ebrei per la caduta del grande Tempio (eretto dal Re Salomone, più volte distrutto e ricostruito più volte lungo i secoli. Oggi ne rimane solo la parte occidentale, detta del pianto). Gli ebrei ortodossi con lunga barba, riccioli (peot),  cappelli neri e  consunto libro scuro tra le mani, rimangono immagine viva della città dal volto religioso.

Dribblando tra carretti, negozi coloratissimi, invitanti trattorie, turisti di varie nazionalità, eccoci davanti alla Basilica del Santo Sepolcro. L’itinerario è obbligato: collina del Calvario con silenziosa attesa davanti al grande  Crocifisso ricoperto d’argento secondo i canoni della liturgia ortodossa, sosta alla pietra memore della deposizione del corpo morto di Gesù, quindi in fila per entrare e poter accedere alla minuscola cella  contenente la tomba vuota.

Certo ci vuole immaginazione per ricostruire con la mente i luoghi originali degli eventi accaduti  2000 anni  fa. I monumenti  cari ai cristiani e “conglobati” nella grande basilica parlano al cuore. E questo basta per conservare interiormente un pensiero grato.

La prima oretta dopo la sveglia di giovedì 6 gennaio, vigilia del Natale ortodosso, è dedicata ad un fugace saluto a Betlemme,  avvolta nell’aria frizzante e benefica  del primo mattino.

Il tempo che ci rimane  lo possiamo dedicare ad una passeggiata a Tel Aviv, per gustare un panorama di mare e scrutare l’orizzonte…

L’appuntamento all’aeroporto ha ormai il sapore di casa … I controlli sono ancora meticolosi e per qualcuno di noi le richieste ai posti di controllo  si fanno puntigliose con l’immancabile sottrazione di souvenir…  Un comodo posto sull’aereo mi permette di riprendere il filo dei pensieri raccolti e custoditi nel percorso tra Betlemme e Gerusalemme.

I dettagli delle realtà osservate, i particolari di volti e oggetti riaffiorano alla mente: sono certa che saranno anch’essi compagni di viaggio silenziosi ed avranno il loro posto nella memoria del cuore. Li annoto nel taccuino con riconoscenza: il sapone di Amal preparato secondo tradizioni antiche, il sapore del caffè arabo, il naso sporco del bimbo che ci rincorre sulla piazza di Betlemme sgranocchiando una pannocchia lessa, l’interrogativo sulla kippà ben salda sul capo di bambini e uomini ebrei, il cambio degli shekel,  le salsine piccanti e il sapore –  finalmente originario – del kebab, il sorriso aperto, con venature di dolcezza e tristezza del nostro autista, i lunghi fucili dei militari …

Tel Aviv – Monaco e Monaco – Venezia. Il tempo sembra aver assunto un ritmo più veloce. Un po’ di pioggia sul piazzale del Marco Polo non ci sorprende.  Siamo a casa.

Torniamo alle nostre attività con una consegna chiara: non dimenticare, raccontare, pensare insieme come coinvolgere altre persone per continuare a costruire un “ponte con la Palestina”.

Domenica 6 febbraio 2011:   incontro presso Casa d’accoglienza di Pianon (Associazione “Il Tralcio” )

Suor Carola e Suor Mariangela dell’Associazione “Il Tralcio”, che ha organizzato il viaggio in Palestina mantenendo i contatti con gli amici di Betlemme e Gerusalemme, ci accolgono calorosamente per ascoltare le risonanze di un’esperienza così intensa.

Siamo in cinque e ci viene spontaneo ripercorrere gli eventi vissuti insieme commentando foto e comunicando emozioni e riflessioni. Ecco alcune espressioni degli studenti:

  • Luca: è stata un’importante  esperienza sia a livello formativo sia a livello spirituale …
  • Valentina: ho vissuto tante emozioni; i racconti, soprattutto di Geries Saed Khoury mi hanno fatto riflettere sulle posizioni assunte da noi italiani…
  • Anna: ho capito meglio l’importanza di fermarsi a riflettere, di mettersi in discussione, non fermandosi alle notizie del TG su temi di così vasta portata…
  • Giulia: le mie aspettative sono state soddisfatte; Israele è un Paese dalle tante contraddizioni, ma ho smesso di dividere il mondo in buoni e cattivi. Ci sono israeliani come Daniela e Jeremy consapevoli che l’occupazione è un danno e si impegnano per mettere al centro le persone!

Ci lasciamo con l’intento di trovare le modalità adeguate per raccontare ai giovani nelle scuole e alla nostra gente bellunese un viaggio che ci riserverà ancora sorprese….

 Note utili (dal sito Medu) –  Il contesto

La Cisgiordania o West Bank fu designata ad accogliere uno Stato palestinese (insieme alla striscia di Gaza) dal piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947, ma le truppe israeliane ne iniziarono l’occupazione già all’indomani della prima guerra arabo-israeliana del 1948, ponendolo poi interamente sotto il loro controllo durante la guerra dei Sei giorni del 1967.

Verso la metà degli anni Novanta alcune città della Cisgiordania e della striscia di Gaza passarono sotto l’Autorità nazionale palestinese (ANP) in seguito alla firma degli “accordi di Oslo”.

Gran parte della Cisgiordania è stata tuttavia rioccupata in seguito allo scoppio della seconda intifada nel settembre 2000.

Nella West Bank, a causa dell’aggravarsi della situazione socio-politica e umanitaria, degli effetti di oltre 40 anni di occupazione israeliana e dell’aumentata dipendenza dagli aiuti esterni, l’accesso a servizi medici sostenibili per i residenti palestinesi è stato fortemente compromesso e le possibilità di sviluppo di un sistema sanitario palestinese indipendente sembrano, allo stato attuale, difficilmente realizzabili.

Le restrizioni alla libertà di movimento imposte dalla forze di occupazione israeliane alla popolazione palestinese creano gravi problemi sia per quanto riguarda l’accesso dei pazienti  ai servizi sanitari sia per quanto concerne  la formazione e l’aggiornamento di personale medico e la costruzione di un efficace sistema sanitario. Gli indicatori di salute evidenziano la critica situazione in cui si trova il sistema sanitario palestinese: la mortalità infantile è sei volte superiore a quella di Israele mentre la mortalità materna è addirittura 20 volte più alta.

TERRITORI PALESTINESI
Mortalità infantile  24,2%o
Speranza di vita alla nascita  72,5
Indice di sviluppo umano  0,737; posizione 110/182
PIL per abitante ($) 800

 

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