Voci

In questi giorni di drammatiche proteste in Egitto e in tutto il mondo arabo, abbiamo raccolto tante voci.
Voci di popoli stremati e protagonisti di liberazione
e voci ragazzi e di giovani delle nostre città.
Provate ad ascoltare quelle più vicine per comprendere meglio quelle lontane. Perchè queste voci non solo ci raggiungono ma… hanno bisogno di più voce…

“E’ brutto pensare di essere separati da un muro e di non poterlo attraversare, di non poter raggiungere le persone a te più care o di non rivedere mai più i tuoi amici o parenti. Essere rinchiusi in un territorio è come essere degli animali chiusi in gabbia e poter uscire solo quando lo decide il proprio ‘padrone’. E’ così che si sentono i palestinesi nei confronti degli israeliani. Uno stormo di uccelli che potrebbe volare libero nel cielo, ma non può perchè ha le ali ferite.”

“L’arrivo non può essere dei migliori. Abitanti di Tuwani e famiglie israeliane di Sderot, che prima vivevano nelle colonie a Gaza, mangiano e lavorano insieme. Bambini israeliani e palestinesi giocano insieme. Una cosa così non si era mai vista. Anche la “school patrol” sembra andare bene: i soldati israeliani che hanno l’obbligo di scortare i bambini palestinesi di Tuba e Maghayir al Abeed fino alla scuola a Tuwani, proteggendoli dagli attacchi dei coloni, scendono
dalla jeep e camminano chiacchierando con i bambini. Mi vien quasi da pensare che le cose non vadano così male come si racconta.

“Gli oppressori hanno fatto un’ingiustizia: la costruzione di un muro che li divide dal territorio palestinese, ma come se non bastasse non rispettando i confini indicati dall’Onu, insediandosi nei territori fertili che si sono tenuti per loro. Se chiediamo ai soldati israeliani che cos’è per loro il muro, ci diranno che è per la loro sicurezza nazionale”.

Un giorno, due giorni, e non succede nulla. Giochiamo con i bambini di Tuwani e quasi ci si chiede che cosa siamo venuti a fare. Ma il nostro far nulla vuol dire vita normale per il villaggio. Vuol dire scuola, vuol dire lavoro, vuol dire famiglia. Vuol dire vita.
L’aria cambia in un momento. Osserviamo i bambini di Tuba da una collina, aspettiamo di vedere la jeep che arriva e li scorta fino a Tuwani dove altri due di noi li attendono, chiacchieriamo, ridiamo. Ma oggi la jeep non arriva e dopo un po’ di minuti i bambini decidono di scendere e aggirare l’avamposto Havat Ma’on da soli. Neanche tempo di andargli incontro e sentiamo il rumore di una macchina, è un colono. Al nostro arrivo i bambini urlano spaventati ma il colono non è riuscito a raggiungerli, rimonta in macchina e se ne ritorna a casa, filmiamo tutto.

“Ma io mi chiedo: è possibile essere così stupidi e ciechi? Un muro costruito tra due popoli è l’esatta rappresentazione dell’odio! E si sa, l’odio non può che creare altro odio, è così si instaura una catena di liti che non finisce più.”

Sabato è quasi una festa. Dopo un anno di calma in cui gli abitanti di Tuwani non hanno osato rivendicare nulla e hanno conquistato l’allacciamento alla corrente elettrica e l’acqua si decide di andare a seminare Kharrouba Valley, proprio sotto il boschetto che nasconde l’avamposto. Uomini e giovani sui trattori e con i sacchi in mano, bambini che corrono ovunque e donne sulla collina che attendono con discrezione. Noi siamo in cinque, telecamere accese.

“Penso che in quei posti la vita non sia per niente uno spasso. Penso ancora a loro che non hanno videogiochi, telefoni e roba varia, ma solo fucili e bastoni, molto spesso usati contro di loro perchè sono piccoli esserei umani indifesi. Rivolgo per loro una preghiera che spero li aiuterà a vivere meglio”.

Due coloni adulti passano di li e cominciamo ad insultarci dandoci dei nazisti, dicendo che proteggiamo Hamas e che vogliamo il sangue degli ebrei. Dal boschetto cominciano a scendere altri coloni: due, cinque, dieci, tutti a volto scoperto. Entrano nei campi dove si sta lavorando per impedire la semina. Qualcuno si mette di fronte ai trattori, qualcun altro di distende a terra; le
mani sempre in tasca perchè sanno che li stiamo riprendendo.

“Nei telegiornali assistiamo spesso a questi argomenti e quando ci fanno vedere i filmati non inquadrano mai il muro. Allora perchè hanno timore di farci sapere la verità? Che cos’hanno da nasconderci? A queste domande potranno rispondere solo loro”.

La popolazione di Twani ha scelto la non violenza, ha scelto di cercare di non reagire al sopruso, ma non è facile. Un palestinese sposta di peso un colono per permette il proseguo dei lavori, due minuti dopo arrivano le jeep dell’esercito e della polizia. Arrivano pacifisti israeliani che erano nei dintorni e perfino una delegazione di parlamentari inglesi in visita nella West Bank. Coloni su una
collina e palestinesi sull’altra, si guardano, si urlano. Ma le forze dell’ordine israeliane questa volta fanno il loro lavoro e permettono agli abitanti di Tuwani di terminare la semina. Un palestinese viene tratto in arresto ma viene rilasciato dopo poche ore anche grazie ai nostri video che hanno filmato la provocazione dei coloni.

“E’ molto triste che la situazione di vita dei palestinesi non sia conosciuta. Queste persone escono di casa con la paura di morire perchè gli israeliani lanciano colpi di mortaio nel vuoto e compiono altri gesti che potrebbero mettere a rischio la loro vita. Gli israeliani si sono presi le terre più fertili dove ci sono anche le sorgenti d’acqua, lasciando così i palestinesi con pochi viveri e facendo perdere a qualcuno il lavoro o la famiglia. Dev’essere triste vivere imprigionati così”.

E’ domenica e i pastori beduini di Humm al Keer hanno bisogno di essere accompagnati, le terre per il pascolo sono vicine alla colonia di Karmel. Nessuno di noi annusa il pericolo e decidiamo
di mandare, con il più esperto di noi, l’ultimo arrivato tra le Colombe, per fargli vedere com’è passare una giornata fuori coi pastori. I rimasti al villaggio scortano i bambini a scuola, tutto va liscio, sembra una bella giornata. Una telefonata spezza le risate. Neanche cinque minuti e i ragazzi col pastore sono stati attaccati da due coloni a volto scoperto. Calci e pugni e un masso schivato per miracolo. In due bloccano una Colomba e si portano via la telecamera. Ma l’altro ha fotografato tutto. Non c’è tempo per la paura e vanno a parlare con la polizia lì di fianco che non si era accorta di nulla. La risposta della polizia è agghiacciante: vi faremo avere indietro la camera se cancellate le immagini in vostro possesso. Follia pura.

“E’ estremamente ingiusto che hai turisti facciano vedere solo la parte migliore della Palestina solo perchè il governo israeliano non vuole perderli. Ma non i turisti… i soldi! Denaro e potere sono le due parole d’ordine al giorno d’oggi e io sono contraria a tutto ciò”.

In ospedale non si va, l’autista dell’ambulanza israeliana è lo stesso che ha chiamato i due coloni che poi hanno attaccato. Dopo ore di attesa nella stazione di polizia di Kyriat Arba, colonia di
fianco ad Hebron, riescono a fare una denuncia per aggressione che probabilmente non porterà a nulla. Mentre aspettiamo il loro ritorno vediamo un checkpoint volante fuori Tuwani.
Ci avviciniamo riprendendo da distante e i soldati si incazzano, stanno arrestando qualcuno. Ci obbligano a cancellare i video altrimenti ci fanno arrestare anche noi. A malincuore eseguiamo, ciò che è successo oggi è già abbastanza, non è il caso di complicare ulteriormente la situazione.
Alla sera si torna a casa e per fortuna nessuno è in cella o in ospedale.
Pensavo di aver capito qualcosa ma non è così. Il giorno dopo osserviamo gli abitanti di Tuwani e la loro calma, cercando di capire come fanno. La non violenza è un cammino.

“Smettetela di portare avanti questa trappola mortale, smettetela di alzare recinzioni, muri, barricate: non è alzando cemento e pietra che si affrontano i problemi. Tutti gli individui imprigionati nel Muro sono esseri umani, non animali, sono in ogni piccola parte dei loro corpi esattamente come noi: cittadini di questo piccolo mondo, e anche loro hanno il diritto di vivere sani e senza essere rinchiusi dentro una gabbia di nome Palestina.”

Voci…

Voci di tredicenni che in Palestina e in Israele non hanno mai messo piede, ma che si sono interrogati a scuola, in una media qualunque del nostro profondo nord. Con dei prof attenti a raccontare, a spiegare, ad aprire le loro teste giovani – eppur sagge – alla vita degli altri, alle loro sofferenze. Federica, Naomi, Paolo, Marzia e tanti altri loro amici hanno ‘fatto il tema per le vacanze’, con nel cuore la voce incalzante di un loro piccolo grande compagno, Tommy, scomparso solo qualche mese fa a dodici anni, ma che si era fatto sollecito ripetitore della voce degli ultimi, semplicemente dopo aver letto un libro che parlava di loro, i palestinesi e gli israeliani attanagliati in questo infinito conflitto. Chissà se si sono accorti che le loro parole sono diventate denuncia chiara, vitale.
Voce di Federico, giovane che dopo l’esperienza di peacebuilding con Ricucire la Pace di Pax Christi, ha deciso di ripartire per vivere nel e con il piccolo villaggio di At Twani, come volontario di Operazione Colomba. E che si è ritrovato subito a dover testimoniare l’ennesimo sopruso.

Voci che ci raggiungono…

Queste voci ci raggiungono come balsamo di speranza e segni potenti di una resistenza nonviolenta -sempre più forte ma sempre più inascoltata- da parte di un popolo che non molla, nemmeno quando i potenti, anche i loro ‘potenti’, dimostrano di essersi persi nei meandri di un assurdo, pasticciato, ignobile ‘processo di pace’.
Voci forti o debolissime? Ascoltate o volutamente disattese?

Bocchescucite

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