Vorrei quello che so di non poter avere. Ecco cosa pensano i palestinesi della dichiarazione dello stato di Palestina

Solo chi in queste settimane vive in Palestina, chi può incontrare e ascoltare le donne ai check-point e i giovani dei campi profughi, è in grado di immaginare come stanno vivendo e cosa stanno pensando i palestinesi in questo tempo di vigilia di una data comunque attesa, se non “storica”, il 20 settembre.
Lo hanno fatto per noi i giovani del Team di Ricucire la pace, con una moleskine aperta o con un tocco di poesia.

Ramallah, 21 agosto 2011

“Non siamo solo terroristi. Il mondo lo deve capire”: risponde così A, 18 anni, palestinese di Ramallah, a chi gli chiede cosa pensa del possibile riconoscimento da parte delle Nazioni Unite, della Palestina come stato, che dovrebbe avvenire il prossimo settembre. “Accettiamo questa soluzione – continua A. – nella consapevolezza che quello che vogliamo davvero non potremo averlo mai. Ma in questo modo vogliamo dimostrare al mondo ancora una volta la nostra buona volontà, il nostro desiderio di dialogo e di pace”. Il giovane si riferisce alla settantina di risoluzioni che l’Onu ha deliberato dal ’48 in poi, relative in particolare alla grandezza dello stato palestinese (il 46 per cento della terra, oggi invece ridotta al 10 per cento, a causa degli insediamenti israeliani), alla fine dell’occupazione militare israeliana sui territori palestinesi e al diritto al ritorno dei profughi.

Ma, poiché tutte queste risoluzioni sono finora rimaste disattese, anche se avvenisse il riconoscimento, molti rimangono sfiduciati. Sembra un palliativo, come a dire: accettate questa proposta e mettiamo fine alla questione una volta per tutte. Il che significherebbe per i palestinesi essere ancora più lasciati soli, privi della necessaria attenzione internazionale. “Come si può chiamare stato un luogo privo di confini? Anzi, dove i confini vengono modificati a seconda delle necessità dei confinanti?”, chiede B, 20 anni, di Abud, un villaggio di 2.000 abitanti, circondato da insediamenti israeliani di grandi dimensioni, tali da renderne utopistico lo smantellamento. “Come si può parlare di autodeterminazione di un popolo quando esso dipende interamente da un altro popolo, dal punto di vista economico, di approvvigionamento delle risorse, di possibilità di movimento, anche solo all’interno di quello stesso stato che dovrebbe essere il proprio? 500 check point non sono vita”. I più arrabbiati – e ce ne sono, non si può nasconderlo – ritengono che sia il modo del mondo per pulirsi la coscienza della questione palestinese.

“L’accettazione dello stato di Palestina è la consacrazione di un’ingiustizia gravissima”, non ha dubbi M, 70 anni di Ramallah. I più anziani parlano perché c’erano, perché hanno vissuto gli anni della distruzione dei villaggi. Quasi tutti in questa terra si sono visti portare via qualcuno o qualcosa. “Una volta che questo stato sarà riconosciuto – già 130 altri stati nel mondo hanno dato il loro assenso – nessuno più potrà ignorare la nostra situazione”: ecco un’altra posizione. E’ la politica dei piccoli passi, della pazienza, anche se a noi sembra che questo popolo ne abbia già avuta fin troppa. Ma le idee sono le più molteplici; qualcun altro dice, piuttosto di niente, meglio piuttosto. I più moderati rispondono: non hanno senso due stati; l’unica vera pace può venire dal vivere insieme, gli uni vicini agli altri, senza muri, senza reticolati.

Ma su una cosa ogni palestinese non ha dubbi: “Questa terra – conclude A. – sarà sempre la mia terra, per i miei figli, per i figli dei miei figli, per sempre. Non potrò mai sentirla non mia. Ma adesso voglio vivere, almeno sopravvivere”. E infatti questa gente vive, chi può lavora, i ragazzi studiano, la quotidianità mitiga i cattivi pensieri. Cosa potrebbe significare se questo riconoscimento ci fosse davvero? Per il momento si possono solo fare ipotesi. Di certo qui tutti stanno in attesa. La speranza è il modo migliore che questo popolo ha per resistere.

Team di Ricucire la pace 2011

Aspettando Palestina

Una sera su una terrazza di Beit Jala,
fuori c’è la Palestina, la sua gente,
la luna rossa si affaccia sull’Oriente
sulle lontane luci delle case di Giordania
una sera di chiacchiere e caffè
aspettando che si compia un nuovo segno della storia.

Una sera con le parabole di Abuna Raed,
una sera tra amici nel giardino di Abud
una sera di frutta secca e fumo d’argilè
aspettando che si possa camminare
da questi oliveti fino al mare.

Una sera di zanzare
sotto il cielo circondato di At-Tuwani,
sulla terra benedetta di At-Tuwani,
aspettando di vedere un libero orizzonte
il giorno che tra Davide e Mohammed ci sia un ponte
aspettando che quel giorno sia domani
mentre resistiamo per restare umani.

Un gomitolo di lana nel salotto di casa di Abuna
per ricucire quello che ci piace
e che con ostinazione
continuiamo a chiamare pace.

Una sera a Deisheh liberata
Palestina non è morta,
Palestina vive,
Hebron ascolta:
tornerà la chiave per riaprire la tua porta.

Una giornata nella sabbia del deserto
aspettando una scossa della natura
aspettando l’onda del Giordano
che riporti acqua e frutta a tutta la pianura
e che trasformi tutti questi sassi in grano.

Una sera per le strade della vecchia Gerusalemme
una sera solo per esistere
una vita intera esistendo per resistere
aspettando la fine del maledetto impero
aspettando che cada anche l’ultimo pezzo di muro.

E’ il tramonto a Ramallah,
tre bandiere sventolano sopra la Muqata
dello stesso vento che passa sul deserto
e soffia fino a Gaza:
un giorno tutta questa terra la chiameremo casa.

Flavio Tanozzini, Ricucire la pace 2011

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