Wafa’a

lunedì 7 novembre 2011

 

Wafa’a proviene dal campo di Jabalia, ed ha passato la vita sotto l’occupazione israeliana. È stata arrestata al valico di Erez mentre cercava di portare a termine un’azione contro i soldati israeliani. Dei 7 anni passati nelle prigioni sioniste due erano in isolamento.
Il campo di Jabalia, a nord-est della città di Gaza, si stima che sia uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, secondo le stime UNRWA vi abitano 108.000 rifugiati in 1,4 km quadrati. I camminatoi sono stretti, vi corrono bambini senza scarpe e gatti magrissimi che cercano cibo nell’immondizia. Nei rifugi costruiti in quest’area, in due o tre stanze abitano famiglie di anche 15 persone, spesso i tetti in lamiera non sono saldati ai muri e d’inverno quando soffia il vento fa freddo e piove in casa. L’assedio impedisce al materiale da costruzione di entrare, così le vecchie case non si possono riparare e non se ne possono costruire di nuove, manca acqua ed elettricità, e la disoccupazione è estremamente alta. Nel campo profughi di Jabalia ha avuto nizio la prima intifada, il 9 dicembre 1987.
Wafa’a Samir Ibrahim Abiss è nata e cresciuta qui. “Conosci la storia di Mohammed Al Durra?” domanda “era un bambino, aveva 13 anni, le forze di occupazione lo hanno ucciso a sangue freddo.” La storia di questo bambino, ucciso il 30 settembre del 2000 vicino alla colonia di Netzarim mentre suo padre cercava di proteggerlo ha fatto il giro del mondo perchè filmata in diretta da un operatore di una televisione francese. “pensa che prima gli israeliani si sono vantati della sua uccisione come se fosse stato un atto eroico, poi hanno cominciato a mentire dicendo che non erano stati loro. E di casi del genere ce ne sono moltissimi, pensa ad Iman Hijo, ucciso a 4 mesi dai soldati israeliani”. Ascoltandola, appare chiara la ragione della sua rabbia nei confronti delle forze armate israeliane. Spiega: “Qui siamo sotto occupazione. I soldati arrivano e ci uccidono. Massacrano la nostra gente, i nostri bambini, sono assassini e non pagano mai per questo. Ammazzano a sangue freddo, conscienti di quel che fanno. Così sono andata al confine di Erez per cercare di uccidere quei soldati. Avevo una cintura per farmi esplodere, però qualcosa non ha funzionato, il meccanismo non si è innescato e mi hanno arrestata.” Era il 20 maggio 2005, Wafa’a aveva 19 anni.
Dopo essere stata arrestata è stata portata ad Ashqelon, dove dapprima i soldati hanno cominciato ad insultarla “sostenevano che volessi uccidere bambini e civili. Non è vero. Io volevo uccidere i soldati: al confine, nel momento in cui cercavo di farmi esplodere, c’erano solo soldati attorno a me.” Poi è stata portata in una stanza di un metro quadro, e da li è cominciato l’incubo dell’interrogatorio. “La stanza era talmente piccola che non riuscivo nemmeno a sedermi. Era buia, senza finestre. Non mi lasciavano andare al bagno. Ero sudicia, in condizioni igieniche orribili. Ho cominciato a fare lo sciopero della fame per convincerli a lasciarmi andare al bagno…Volevo mettere in chiaro che loro avevano a responsabilità sulla mia vita, che se morivo era colpa loro.” Questo sciopero della fame era integrale, senza acqua e senza cibo, ed è durato 8  giorni: “dopo 4 giorni ho cominciato ad essere veramente debole. Poi, oltre alla fame, ho cominciato ad avere problemi allo stomaco: vomitavo sangue. Allora mi hanno lasciata andare al bagno.” Talvolta, veniva prelevata dallo stanzino per gli interrogatori: “Mi mettevano in un ufficio, mi legavano le mani dietro la schiena ed i piedi dietro la sedia in modo da obbligarmi a stare con le gambe divaricate. Mi facevano domande anche per 24 ore di seguito: loro facevano i turni ed io rimanevo sempre li. La pressione psicologica durante questi interrogatori era fortissima, prima mi interrogava un agente aggressivo e violento poi si dava il cambio con uno che si fingeva gentile, per cercare di spingermi a formire informazioni.” Volevano sapere chi la aveva aiutata, chi la aveva spinta a compiere quell’azione, volevano i nomi di altre persone. Dopo i primi 10 giorni nella stanza di un metro quadro è stata portata in un’altra stanza leggermente più grande, sempre in isolamento, dove c’era un materasso. “Mi picchiavano forte. Mi facevano ascoltare suoni terrificanti, le urla strazianti delle altre prigioniere picchiate. La temperatura cambiava da un’ora all’altra, ad un certo punto faceva freddissimo, poi cominciava a fare un caldo insopportabile. C’erano insetti e in particolare tanti scarafaggi. Volevano rendermi più debole, per obbligarmi a parlare.”
I prigionieri palestinesi talvolta chiamano le prigioni israeliane “università”. Si imparano tante cose, si impara ad essere forti, si impara a ribellarsi per esempio con gli scioperi della fame. Wafa’a, dopo l’investigazione, è stata messa in isolamento per due anni. Significa che per due anni non ha potuto parlare con nessuno, che è rimasta in una stanza da sola, che l’ora d’aria era ad orari improponibili per non poter incontrare altre detenute, ed anche durante l’ora d’aria aveva le mani legate. “Il cibo non era salutare e non riuscivamo ad avere le cose che chiedavamo. Cercavano di distruggere il nostro spirito, di colpirci psicologicamente. Dovevo tenermi impegnata in qualche modo, dovevo trovare qualche cosa da fare per non dargliela vinta. Un giorno la croce rossa è riuscita a farmi avere un quaderno e delle matite colorate. Ho imparato a disegnare, ed ho usato il disegno per resistere.”
Nei disegni, Wafa’a riesce ad esprimere tutta la rabbia e la frustrazione del trovarsi sotto occupazione israeliana ed in una carcere sionista, ma anche la forza e la volontà di resistere e l’amore per la sua gente.
(grazie Ruqaya per le foto)
Ricevo e doffondo:
Oggi, lunedì 7 novembre, dalle ore 17 alle ore 19,30
in piazza Montecitorio
si terrà il presidio a sostegno dei prigionieri politici palestinesi rinchiusi in condizioni inaccettabili nelle prigioni israeliane.
Siete tutte/i benvenute/i a partecipare al presidio, anche solo per  mezzora. Per meglio organizzarci vi preghiamo, se vi è possibile,  di  mandare una mail ad Anna (annafar@msn.com) per comunicare  la vostra partecipazione ed eventualmente l’orario.
Mentre scriviamo riceviamo notizia che nella prigione israeliana di  Givon sono  ancora illegalmente rinchiusi gli attivisti/e della“Freedom Waves”che hanno tentato di portare medicinali a Gaza sulle onde della libertà,  onde che prima o poi -Israele lo sappia – romperanno il blocco che  assedia i palestinesi e offende chiunque abbia il benché minimo concetto  di democrazia e di legalità.
Per avere notizie più precise sulle violazioni giuridiche e i maltrattamenti cui sono state/i sottoposte/i consultate il link www.derryfriendsofpalestine.org.
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