Ween el Malayeen? Al Cairo

admin | February 1st, 2011 – 11:01 am
“E come si fa a non cantare? Ogni mattina canto le canzoni di Marcel Kahlife, canto Julia Botros che forse oggi è più adatta…
ويـــن الملاييــــن؟ الشعب العربي ويـــــن ؟
Dove sono i milioni? dove sono i popoli arabi?
الغضب العربي ويــــن ؟ ا…لدم العربي ويـــن ؟
La rabbia araba dove è? Il sangue arabo dov’è?
الشرف العربي ويــــن ؟ ويـــــن الملاييــــن ؟
La dignità araba dove’è? dove sono i milioni?”
E’ il messaggio che questa mattina mi ha inviato una mia amica, una ragazza araba che vive in Italia, delle 2G, delle seconde generazioni. Non è egiziana, ma gli arabi, oggi, ieri, in questa ultima settimana, si sentono ancora una volta egiziani. Lo racconto, per spiegare  che quello che stanno provando molti arabi, oltre gli egiziani, è un sentimento di riscatto e di ritrovata dignità. Non è la prima volta, e i ricordi che vengono echeggiati, rimbalzati da più parti non sono solo quelli del 1989 europeo, le rivoluzioni che nascono, scoppiano, vincono senza prima avvertire le cancellerie e – se permettete – servizi segreti che almeno dovrebbe fare qualche riflessione critica sulla propria capacità di conoscere territori e popoli (loro compito precipuo). Il modello è la stagione panaraba, anni Cinquanta e Sessanta, nella quale, ancora una volta, l’Egitto fu capofila. Non è un caso che tra le tanti immagini arrivate da piazza Tahrir, ci fosse anche quella vecchia, grande foto di Gamal Abdel Nasser, presa verosimilmente dalla parete di casa. Dimentichi dei guai e dei guasti del nasserismo, gli egiziani (e gli arabi con loro) ricordano oggi il senso di riscatto, di ritrovata dignità, di coesione. Di forza, soprattutto. Forza contro un regime, forza anche contro il  mondo che sembra (almeno in parte) non capire, contro le cancellerie che (in gran parte) stanno balbettando.
Julia Boutros, cinque anni fa, cantava – dopo la guerra dei 33 giorni tra Israele e Libano – Ween el Malayin, dove sono i milioni di arabi, riprendendo una vecchia canzone. E’ la citazione romantica di oggi, che troverete facilmente su YouTube, citazione che fanno in molti tra gli arabi. L’altra citazione è shab, popolo, parola che risuona continuamente, costantemente in Piazza Tahrir, nei commenti, nelle interviste alla gente di tutte le estrazioni sociali che parlano e urlano che il popolo non lo vuole, Hosni Mubarak, e con lui l’intero regime, dal vicepresidente al governo rimpastato, alla tv di Stato, ai servizi di sicurezza… Il popolo, il popolo. Una parola per niente retorica o populista, in bocca a un povero del Cairo, che urla di voler uscire dalla prigione in cui si sente.
Se volete conoscere cosa sta succedendo ora, mentre è tutto bloccato, sms, telefonini, internet, mentre l’Egitto è stato blindato dal ‘moderato’ Hosni Mubarak perché non si veda il ‘milione’ per strada che vuole marciare sul blindatissimo palazzo presidenziale del Cairo, lungo i viali che portano all’aeroporto e sui quali si affiacciano alcuni dei luoghi più importanti delle forze armate egiziane, collegatevi a Twitter (non è difficile, giuro) e cercate bencnn. E’ la firma con quale Ben Wedeman, della CNN, scrive i suoi sms. E’ uno spaccato del minuto per minuto, scritto da un uomo e un reporter che non solo conosce da decenni l’Egitto, ma lo ama e lo intuisce nelle viscere. Se volete sapere che succede, sinché non interromperanno le comunicazioni, cercatelo e seguitelo. E’ il migliore.
Un suo breve commento, utile ai miei amici diplomatici, quelli che fanno un lavoro spesso oscuro e dietro le quinte:
#Egypt changed beyond recognition #Jan25. It will not go back to what it was before. The sooner EVERYONE realises that, the better for all.
Questi sono gli animi e il retroterra. Ora un po’ di notizie, pescate qua e là dai messaggi (quelli credibili) che arrivano dai blogger e da chi tweetta con cognizione di causa.
L’elemento più importante di questa mattina è il tentativo di minimizzare il numero dei manifestanti che stanno arrivando a piazza Tahrir. Si hanno notizie di provocatori che bloccano i pullman in arrivo da fuori Cairo, e dell’esercito che tenta di diminuire l’afflusso verso Tahrir. Si ha poi notizia, e questo è ancora più preoccupante, di manifestanti pro-Mubarak che arrivano a Tahrir assieme a quelli che vogliono le dimissioni di Mubarak: ci potrebbe essere violenza, insomma, in piazza, violenza provocata da quegli agenti in borghese che non portano più le spranghe di ferro, ma che provano a mescolarsi con la gente e – come si dice a Roma, con un frase poco aulica – ‘far casino’. I testimoni che sono lì li hanno incontrati, li stanno vedendo in questo momento, ne conoscono le facce. E’ un rischio alto, ma non sembra che i manifestanti si vogliano fermare di fronte a questo pericolo. Piazza Tahrir è stata presidiata per tutta la notte. Si tratta di vedere, ora, in questo momento, se gli organizzatori – i ragazzi del Movimento 6 aprile – riusciranno a portare in piazza il ‘milione’. Se ci riusciranno, ci sono buone probabilità che la rivoluzione sia riuscita. Non per l’organizzazione dei Fratelli Musulmani, che sicuramente sono in piazza. Ma per i ragazzi del Cairo e di Alessandria. Ragazzi di tutti i tipi, islamisti compresi.
Una generazione chiede rispetto, democrazia e futuro. E’ inutile, pericoloso e riduttivo descriverli come un incubo nei nostri sonni tranquilli. Mai in questo momento, la situazione è difficile, e il bagno di sangue potrebbe essere vicino. Ci sono tutti gli elementi, compreso il blocco dei feed, e cioè della possibilità per la tv di trasmettere via satellite i servizi dal Cairo e far vedere cosa sta succendo. Una procedura tipica per evitare che il mondo si indigni, se per caso si usa la violenza. Tutti questi elementi dicono che il regime sta reagendo, ma non attraverso il dialogo, che invece aveva annunciato ieri sera il generale Omar Suleiman, potente capo dei servizi segreti e organizzatore, nello scorso ventennio, del sistema di controllo capillare della società egiziana. C’è chi evoca, oggi, Tienanmen. Pregate per i ragazzi del Cairo.
I ragazzi, magari, non saranno tutti d’accordo. Non tutti amano la Stella d’Oriente, Umm Kulthoum. Ma anche lei fa parte del mito panarabo. E allora, su YouTube, cercate Al Atlal. Il testo, a un certo punto, chiede libertà, 7atini horriyeh. E’ un altro brano della ideale colonna sonora di questa rivoluzione.
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