“Welcome to Palestine”: il diario degli italiani

FRIDAY, 27 APRIL 2012 09:22 ALBERTO – WELCOME TO PALESTINE (ALTERNATIVE INFORMATION CENTER)

15 aprile 2012

 

Su 10 italiani partiti da Roma, siamo entrati solo in due. Insieme a me un’altra freedom fighter di 81 anni. Tosta. Dispiace enormemente per i tanti compagni esclusi, ma si sa, siamo nello Stato sionista e c’era da aspettarselo. L’ennesima violazione del diritto internazionale.

Qui a Betlemme siamo una quarantina di internazionali, alcuni alloggiati presso famiglie, altri nell’ostello locale. Domani tutti a Hebron e da dopodomani ci metteranno a lavorare alla costruzione di una scuola, a ristrutturare un asilo e a piantare degli alberi. Betlemme è sempre splendida, ma la Palestina è una terra stuprata e rivoltata dagli occupanti. Dobbiamo liberarla, diamoci da fare tutti dappertutto! Free Palestine! Stop apartheid!

16 aprile 2012

Pianeta Hebron, se non lo si vede non ci si crede. Una splendida ed antichissima città completamente sfregiata, umiliata, occupata e chiusa nella parte centrale ad opera della banda di coloni più criminale di tutta Israele. Quattrocento di loro, spalleggiati da migliaia di soldati fanno di tutto per rendere la vita impossibile ai 200mila palestinesi che vi risiedono, aggressioni e violenze sono all’ordine del giorno. I piani alti degli edifici sono stati occupati da questi fanatici che gettano i rifiuti e a volte anche pallottole sui negozi e le abitazioni dei palestinesi sottostanti. Checkpoint e barriere di metallo e cemento dividono le strade e separano le persone.

Forte impressione la visita alla moschea di Abramo dove il terrorista israeliano Goldstein ha massacrato 30 fedeli e ferito un centinaio mitragliandoli alle spalle mentre pregavano. Da allora gli israeliani hanno diviso in due la moschea rendendo inaccessibile ai palestinesi una parte di essa e piazzando un controllo tipo aeroporto all’ingresso. I nervosi soldati all’ingresso si sono alterati parecchio alla vista della bandiera palestinese che portavamo ingiungendoci di riporla nella borsa.

Abbiamo poi visitato il villaggio di Beit Ummar, fra Hebron e Betlemme, un paese sempre più accerchiato dalla presenza di cinque colonie in costante espansione. Abbiamo ascoltato testimonianze e verificato sul posto il reiterato furto di terre palestinesi con avvelenamenti di alberi, colture ed animali. I continui pogrom organizzati a danno dei contadini e delle case adiacenti agli insediamenti illegali provocano sovente ferimenti e a volte ci scappa il morto, l’ultimo un ragazzino palestinese di 10 anni freddato dalla mitragliatrice di un colono. Ma la giustizia israeliana non si è fatta attendere: tre ore di detenzione per l’assassino! Innumerevoli racconti di abusi e violenze che non smuovono più di tanto la complice coscienza dei nostri governanti, sempre pronti ad eseguire ciò che i sionisti comandano.

Le notizie dei 30 francesi in sciopero della fame ancora detenuti nel carcere di Ramle per aver osato visitare la Palestina e delle migliaia di respinti danno conto di quello che c’è da attendersi dalle nostre “democrazie”.

Attualmente siamo in 25 internazionali (Francia, Spagna, Svezia, Canada, Tunisia, Italia, Stati Uniti). Domani saremo a Gerusalemme a sentire e vedere altre nefandezze, per ora i compagni di qua ci preferiscono testimoni piuttosto che impiegarci nella costruzione della scuola poichè non siamo molti e sicuramente 25 palestinesi farebbero il lavoro che ci competerebbe in minor tempo.

Domani è la Giornata dei Prigionieri Palestinesi e molti di loro sono entrati in sciopero della fame già da oggi, a loro va tutta la nostra solidarietà. Liberi tutti! Liberi subito!

18 aprile 2012

Al lavoro! Attività fisica stamane per i militanti giunti in Palestina. Martelli e scalpelli per tutti per aiutare gli operai palestinesi nel lavoro di ristrutturazione di un edificio destinato a scuola materna: rimozione dell’intonaco che ricopriva gli originali muri in pietra. Benché non certo resistenti né abili quanto la mano d’opera locale, i muri di una stanza siamo riusciti a finirli, picchiando con rabbia, ma anche con gioia: “Questo è per Netanyahu! Questo è per Monti e Sarkozy! Questo per i governi complici dei sionisti!”, e così via in mezzo a un polverone irrespirabile.

Preciso che tale edificio è situato proprio sopra il cortile del carcere di Betlemme, dove ci hanno assicurato che non sono rinchiusi militanti palestinesi, ma “delinquenti comuni”. Ma un carcere è sempre tale, squallido ed inutile. Ci hanno anche spiegato che la ristrutturazione dell’edificio e l’utilizzo come asilo, servirà anche per far pressione sull’Autorità Palestinese affinché la prigione venga spostata dal centro città in un luogo più opportuno, come richiede la gran parte della cittadinanza. Il terreno in cui sorgerà la nuova scuola (ci andremo venerdì) si trova invece a Beit Sahour, quartiere adiacente a Betlemme.

Nel pomeriggio l’incontro con l’architetto Livia M., italiana, ci ha consentito di apprendere ciò che intendono realizzare. Livia ci ha mostrato delle foto di scuole modello di altre nazioni spiegandoci quanto sia fondamentale, nella realizzazione del nuovo edificio, costruire aule, laboratori e spazi all’aperto con colori, forme e rapporto fra interno ed esterno  completamente diversi delle scuole attualmente costruite  in Palestina e nel mondo, che assomigliano sempre più a prigioni in cui gli alunni non si sentono affatto a loro agio. Ciò che costruiranno terrà conto anche delle richieste dei genitori che collaborano nella progettazione collettivamente, questo tarderà forse la posa della prima pietra, ma meglio tardare di pochi mesi per avere poi una scuola più adatta e soprattutto più apprezzabile da parte degli studenti.

Discussione collettiva per decidere se accettare l’incontro richiestoci da Salam Fayyad, la stragrande maggioranza è contraria, non vogliamo cappelli, né venire usati come propaganda governativa, ma soprattutto noi pochi non possiamo rappresentare i 1.500 espulsi senza esserci consultati con loro. Tre del gruppo vorrebbero andarci senza stringergli la mano e muniti di telecamera per incalzarlo con domande imbarazzanti. Se ne riparlerà domani, giornata nella quale andremo a Gerico per degli incontri e successivamente a Bi’lin, villaggio simbolo della resistenza non violenta alla costruzione del muro dell’apartheid.

Con la Palestina nel cuore!

19 aprile 2012

Il lungo spostamento di oggi ci ha permesso di conoscere la Valle del Giordano da Sud a Nord, lungo la strada che fiancheggia il confine con la Giordania, sul lato occidentale del “fu” Giordano, visto che di acqua ne scorre ben poca nello storico fiume da quando Israele con sbarramenti, dighe e prelievi selvaggi se la prende tutta per le sue colture installate sulla terra rubata ai Palestinesi, contribuendo peraltro alla desertificazione di una vasta area meridionale e alla definitiva condanna del Mar Morto (più cadavere che mai, cala di 18 cm. l’anno!). Altro che “far fiorire il deserto”, come recita uno dei più diffusi miti costruiti dalla propaganda sionista.

Dopo un brevissimo passaggio dall’antichissima città di Gerico, abbiamo percorso una piccola valle laterale che si inoltra sul lato occidentale del Giordano, costeggiando il letto di un arido torrente. Sono bastati pochi km per comprenderne la ragione: uno sbarramento incanala l’’cqua proveniente da una copiosa sorgente posta poco più a monte. Le “chiare fresche dolci acque” ricche di vita animale e vegetale vengono deviate in un canale di cemento che le porta rapidamente alle piantagioni dei soliti coloni, con buona pace dei palestinesi e delle tribù beduine che ne hanno da sempre usufruito.

Questa abile politica di rapina, ripetuta pressoché in tutti i wadi (torrenti) provenienti dalle alture della Cisgiordania, accompagnata dal sequestro dei pozzi e da feroci campagne militari, ha quasi definitivamente realizzato il progetto di pulizia etnica della Valle del Giordano: dai 300.000 abitanti palestinesi e beduini residenti nel 1967 si è passati agli attuali 15.000, suddivisi in 8 villaggi ben separati fra loro da colonie israeliane, fili spinati e postazioni militari.

Una folla di bambini festanti ci ha accolto nella scuola di uno di tali paesi: As Zubeidat, 2.000 abitanti chiusi in 40 ettari di terra più altri 240 ettari coltivabili, ma di cui devono pagare l’affitto. Ovviamente il paese è costantemente sorvegliato dalle postazioni militari dell’immancabile colonia che lo sovrasta a non più di 300 metri di distanza. Foto collettive con bimbi e ragazzi, scambi di sorrisi, frasi abbozzate e scherzi, ma anche occhi lucidi (i nostri) quando si riparte.

Risaliamo dalla depressione del Mar Morto 400 metri. sotto il livello del mare, fino alle alture della Cisgiordania, 800 metri sopra il livello del mare. La Cisgiordania è fiorita e lussureggiante di primavera, ma l’accrescersi delle colonie la spezzetta sempre più e anche l’autista fatica a trovare la strada giusta, la segnaletica stradale indica solo le colonie, i nomi delle città palestinesi sono rari o inesistenti, la nuova denominazione dei paesi è anch’esso parte del progetto di cancellazione dell’identità culturale palestinese ad opera dell’occupante. I checkpoint non sono molti e i soldati fortunatamente non ci fermano.

Attraversiamo Ramallah,  i cui condomini spuntano come funghi, potenza dei soldi distribuiti dalla Comunità Europea all’Autorità Nazionale Palestinese in cambio del controllo della resistenza (senza voler malignare neanche troppo). Proseguiamo per un’altra ventina di km fino al famoso paese di Bi’lin (3.000 abitanti), reso celebre dalla resistenza civile non violenta praticata da ormai tre anni dalla sua popolazione. Tutto è iniziato con l’edificazione della solita colonia israeliana, chiaramente in area palestinese e in violazione di leggi e “trattati di pace” stipulati, poi anche la costruzione del Muro. I Comitati Popolari di Resistenza Civile Non Violenta sono riusciti a realizzare una protesta che ha saputo coinvolgere internazionali ed anche militanti israeliani pro-palestinesi e dal 2009 ogni venerdì parte dal paese un corteo fino a ridosso delle recinzioni con slogan, bandiere, striscioni e taglio di reticolati, che finisce regolarmente con cariche, lacrimogeni a volte letali, pallottole, pestaggi ed arresti anche di bambini.

I resti di tale brutalità sono ben visibili sia sul posto, dove ci siamo recati, che in una bacheca del locale Comitato, dove sono accumulate centinaia di armi usate dai militari israeliani. Il primo martire è caduto il 17 agosto 2009: Bassem Abu Rahmi, la cui tomba è nel luogo in cui è stato ucciso, a circa 300 metri dalle recinzioni antistanti il muro. Altri ne sono seguiti, centinaia i feriti e gli arrestati, ma questo non ferma la protesta, che al contrario ha saputo riprodursi in altri paesi palestinesi in cui muro e colonie si mangiano la terra, fino a diventare una pratica di lotta popolare assai diffusa e sganciata dal controllo dei partiti tradizionali.

Quanto da imparare abbiamo ancora!

20 aprile 2012

Stamane visita al Campo profughi di Aida, a Betlemme, a ridosso del Muro della Vergogna. Il campo ospita circa 5.500 persone, insieme a quello più grande di Deheishe (12.500 ab.) e a quello di ‘Azza (1.000 ab.) Sono i tre campi appartenenti alla municipalità di Betlemme e affittati dall’UNRWA per 99 anni. I profughi provengono da villaggi della zona compresa tra Gerusalemme e Beit Jibrin distrutti dagli israeliani agli inizi degli anni ‘50. Le case sono fatiscenti, gli spazi verdi inesistenti, l’acqua arriva ogni 20 giorni per 4-5 ore.

Il Muro di 12 metri con le sue torri di guardia incombe, taglia, si incunea, sorveglia. Le tante scritte  e i famosi murales non sminuiscono il senso d’oppressione. Il nostro accompagnatore ci mostra il locale Centro Culturale, ottimamente organizzato dai palestinesi con il contributo di tanti volontari internazionali che qui trovano anche ospitalità. Molteplici le attività che si svolgono: educative, ludiche, fotografia, teatro, danza, taglio e cucito, proiezioni, fitness, sala computer, ecc. C’è anche un piccolo museo di cultura palestinese. Poi tutti fuori con pennelli e vernici a dipingere un muro del campo, insieme a decine di bambini e ragazzi.

Illuminante anche la visita al villaggio di Al Walaje, posto a Sud-Ovest di Gerusalemme e adiacente a Betlemme. Nel ‘48 il paese fu raso al suolo dalle forze israeliane, ricostruito nelle vicinanze, venne rioccupato dagli israeliani nel ‘67 e diviso in due: una parte fu annessa alla municipalità di Gerusalemme, ma i suoi abitanti considerati residenti in Cisgiordania e quindi senza diritti di cittadinanza, tanto meno quello di potersi recare a Gerusalemme; l’altra metà è rimasta in Cisgiordania sotto l’AP e l’occupazione militare israeliana.

Oggi nell’area annessa a Israele vivono circa 500 persone. Nel corso di una notte divennero stranieri nelle loro case, con demolizioni, espropriazione di terre, divieti di costruzione ed enormi difficoltà ad accedere ai propri campi. Il villaggio è sempre più strangolato fra le due colonie di Gilo e Har Gilo. La consueta tazza di tè offertaci gentilmente da un residente, ci ha fatto conoscere altre storie di abusi quotidiani: due suoi fratelli se ne sono andati dopo innumerevoli arresti e pagamenti di riscatti, lui resiste con moglie figli, ma sa che la sua casa sarà prima o poi abbattuta. Ogni tanto lo arrestano per un mese, tanto per tenerlo ulteriormente sotto pressione. Cosa dire a quest’uomo quando ci domanda della “comunità internazionale”?

Un’altra abitazione, poco più in là, avrà il “privilegio” di un tunnel di accesso (già in costruzione) che passerà sotto il Muro che stanno per erigergli intorno. Un’altra il Muro ce l’ha già in giardino! Un insieme di angherie e crudeltà senza fine che bene interpretano l’essenza fascista di uno Stato illegale, razzista, senza confini né costituzione. Proprio la vera e unica democrazia del Medio Oriente.

Incontriamo poi i ragazzi israeliani “anarchici contro il Muro”. Un’utile chiacchierata, si danno da fare, spesso li fermano, come accaduto il 15 aprile quando ci aspettavano con gli striscioni all’aeroporto. Sono consapevoli dei privilegi che gli dà il loro status e si mettono a disposizione dei palestinesi durante le tante manifestazioni a cui partecipano. Sono antisionisti e credono anch’essi che l’unica soluzione vera possa giungere solo attraverso la realizzazione di una Palestina unica per tutti, senza discriminazioni, con diritto al ritorno per i profughi, una  testa un voto.

Domani giornata di partenze, ci si scambiano gli indirizzi, le proposte di lotta future, il rilancio della campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), le promesse, inshallah, di ritrovarsi in una Palestina liberata. Di sicuro si torna rinforzati dalle lezioni di resistenza apprese in questi giorni.

Con la Palestina nel cuore!

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3562-welcome-to-palestine-il-diario-degli-italiani

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