Welcome to Palestine

6 MARZO 2013 PUBBLICATO DA REDAZIONE

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Ci sono storie che non si riescono a raccontare. Perché nessuna lettera dell’alfabeto avrà mai la forza di una stretta di mano. Perché nessuna foto ricorderà il profumo della terra. Perché nessun video avrà il sapore di una cena offerta. 

Ma il dovere, la missione e il desiderio del giornalista è proprio questo. Raccontare storie, farsi testimone e messaggero. Costruire ponti che pieghino i muri di indifferenza. Accogliere in un’esperienza personale più lettori possibile, meglio se quei lettori quell’esperienza non avrebbero mai potuto farla.

Ci vuole tempo però per trovare la generosità di condividere le emozioni, le voci che chiedono di essere ascoltate.

Ci scuserete se non risponderemo a un’esigenza del giornalismo: quella di raccontare in fretta e prima.

Per ora, ecco alcuni frammenti del nostro viaggio in Palestina raccontati con le voci dei pellegrini di giustizia che ci hanno accompagnato. Pellegrini che hanno scelto di ascoltare le persone di una Terra Santa per le tre religioni monoteiste più importanti più che contemplare delle pietre.

Ilaria Brusadelli e Marco Besana

 

Cisgiordania: la speranza nelle sfide, nei volti, nei bambini

Il primo marzo del 2004 arrivava, a Betlemme, il primo pezzo di quel muro che imprigiona ormai da 9 anni un popolo, lo priva della sua dignità, della libertà. Una barriera in cemento che si insinua tra le strade, circonda le case e che, nei programmi del governo israeliano, si allungherà ulteriormente, dividendo altri paesi, altre comunità, altre famiglie. La politica di isolamento che sfianca e sfinisce un intero popolo con l’obiettivo di allontanarlo dalla propria terra, prosegue, nell’indifferenza di chi non vuol vedere, di chi accetta con rassegnazione che uno stato neghi ad un popolo i più semplici diritti civili.

Con sistematicità i militari “lavorano” per impedire o rallentare la vita delle persone costringendole ad assurdi controlli agli oltre 500 checkpoint disseminati in tutto il paese, per demolire le capanne dei beduini nel deserto del Neghev o nella valle del Giordano, colpevoli solo di abitare la terra che gli occupanti(perché per la presenza di colonie e coloni di occupazione si tratta) rivendicano in nome di una presunta superiorità, quasi un diritto divino di prelazione.

Nei primi giorni del pellegrinaggio di giustizia di Pax Christi nelle zone della Palestina dove la presenza militare è più pesante e pressante, abbiamo incontrato i giovani di Hebron, che si oppongono all’occupazione che ha trasformato la città più grande di Palestina in una città fantasma, completamente militarizzata; le donne della cooperativa di At Twani, che lottano per scongiurare il sequestro delle loro terre; i beduini che, pur israeliani, non sono riconosciuti dallo stato, e per questo perseguitati con continue vessazioni e demolizioni delle loro capanne. Alle figure dei “resistenti” abbiamo avuto modo di associare, sempre, quella dei bambini, tanti, che fanno della Palestina, nonostante tutto, un paese vivo e vitale.

Una sfida aperta, che si manifesta con i piccoli e quotidiani gesti di resistenza nonviolenta, con la ricostruzione delle case, con il lavoro nei campi distrutti dai carri armati israeliani, con la perseveranza di portare i bimbi in una scuola che rischia di essere demolita da un giorno all’altro  Ai pellegrini di giustizia affidiamo le riflessioni su quanto stanno vivendo in questi giorni.

Scritto per Bocche Scucite da Roberto Massaro.

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I VOLTI

“Ho impresso il volto di Abed, un ragazzo di soli vent’anni che in viaggio studio in Europa si rende conto che la sua non è vita, un ragazzo che sogna di fare l’insegnante di inglese, un ragazzo prelevato nel cuore della notte dalla sua casa, bendato senza un perché, un ragazzo che nonostante tutto questo continua a sognare”. (Genny)

“Penso di aver visto la Palestina negli occhi di Idris quando ad una domanda risponde, a bassa voce: questa è la mia casa e qui voglio morire, come mio padre e mio nonno”. (Gianni)

“La profondità degli occhi scuri dei bambini; i segni del tempo, del sole e del vento, delle sofferenze dei beduini nelle loro tende nel deserto; i sorrisi che, nonostante tutto, ci regalano con occhi così luminosi da riempire il cuore”. (Clara)

Il tuo volto, Vik, dipinto sulla parete del centro YAS di Hebron, l’ho visto mentre lì dentro si proiettava un video degli scontri, ripetuti, con i militari. Col tuo sorriso e il tuo sguardo umano trasmetti forza, speranza e coraggio a questi ragazzi, che pur giovanissimi sono già degli eroi”.(Romina)

“Volto disegnato sul cielo di Hebron. Giovane donna dagli occhi scuri e grandi. Il sorriso appena abbozzato.Giovane donna dai tratti e dalle curve mature. Il suo volto cela una femminilità che ancora resiste.” (Miriam)

“Chiudo gli occhi… e mi vedo scorrere davanti i volti delle persone che ho incontrato, provati e segnati dal dolore e nello stesso tempo, volti tenaci e fieri della loro Resistenza”. (Barbara)

“Ammirare, contemplare, ascoltare. Il volto della terra. Gli uomini non dovrebbero solo imparare dal volto nascosto di se stessi, dal confronto con il volto dell’altro, ma anche trovare la misura con il volto silente della terra in cui camminano e vivono”. (Alex)

“In quelle rughe che tracciano l’esperienza di una vita si può seguire il percorso delle lacrime di sofferenza per una casa distrutta a due sposini, per una bestia morta che era il pane di una famiglia, per il bambino che non può raggiungere l’ospedale a pochi metri di distanza a causa di un muro issato per dividere e sfaldare giorno per giorno la speranza di chi vive dalla parte sbagliata.” (Maria Rosaria)

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LE SFIDE

Questa Terra Santa racchiude in sé tutto il mondo: le sue bellezze e contraddizioni, i suoi significati e quindi le sue sfide. Le sfide di questa terra sono dunque tutte le sfide dell’uomo: vivere e non sopravvivere, in pace, nel rispetto e nell’accoglienza dell’altro. Una sfida troppo grande per due popoli che non ce la faranno senza il nostro appoggio e sostegno”. (Ilaria)

“Donne, beduini, ragazzi, attivisti, nuovi partigiani che il nostro mondo preferisce continuare a chiamare terroristi. Partigiani che lottano. Tante le loro sfide. Almeno una, la nostra. Fare in modo che chi oggi chiude gli occhi, li apra di fronte a questo quotidiano massacro. Fare in modo che anche da noi nascano sempre nuovi partigiani”. (Marco)

“Bisogna cambiare le cose, perché questa non sia più o rischi di diventare la normale quotidianità”. (Elena)

“Palestina – Israele: in questo piccolo lembo di terra di terra sono concentrate almeno la metà delle sfide della terra. La più dura da vincere è quella di aiutare i coloni israeliani a capire che non sono gli ‘eletti’ ma uomini chiamati a vivere tra gli uomini”. (Giuseppe)

“La sfida di andare al di là delle identità e delle differenze per cogliere l’essere umano con la sua storia, i suoi bisogni, il suo amore”. (Maurizio)

La sfida è resistere. Se resisti, esisti. Attaccamento alla terra. Il legame intimo con la terra che nutre, che dà olio, grano, vino, che nutre capre e pecore, che offre riparo con l’ombra e con le grotte. Terra di mandorli, di fichi, di vite, di grano, di melograni, terra di profumi, sapori, dolcezza, Sguardi di gioia, occhi limpidi e trasparenti. Spirito di accoglienza. Per resistere”. (Emanuela)

“Un futuro migliore? Non domani e chissà! Una missione, un progetto, un sogno. E tra le dorate argille fioriscono piccoli fiori viola. Sono fiori nel deserto, la loro bellezza è coronata dall’aridità che li circonda, ma sono sempre di più e un giorno quelle colline saranno coperte di viola.” (Ignazio)

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I BAMBINI

“Dopo la notte, l’alba, e subito dopo gruppetti di bambini che vanno a scuola a piedi, raggiungendo quelli che ci arrivano in bus: tutto ciò ci ha aperto il cuore, confidando in un grande futuro. Nel disagio i bambini sanno sempre sorridere, sanno stare insieme con grande solidarietà”. (Angelo e Francesca)

“Una domanda ci siamo poste, in questi giorni: ma perché i bambini palestinesi non si vedono mai piangere? Quanti drammi hanno vissuto e quanti ne vedranno? E soprattutto, che futuro avranno?”. (Luisa e Lucia)

“Nemmeno io ero così entusiasta di andare a scuola, di ritrovare i compagni, di andare a imparare. Ci sono tutti i bimbi che si possono trovare ovunque. Tutta l’infanzia del mondo è qui. Quel bimbo sono io e tutti gli altri i nostri compagni, decontestualizzati da quella assurda contraddizione di un villaggio beduino nel deserto del Neghev”. (Laura)

“Sguardi incerti, diffidenti, occhi vispi accesi da chissà cosa hanno visto, a cosa hanno assistito. Volti piccoli, polverosi, sporchi, incrostati. Costretti a portare il peso di qualcosa che non hanno scelto. E a volte compare un sorriso, veloce, breve, timido, di chi vorrebbe ma non può, di chi forse non si sente a casa nemmeno nella propria terra”. (Virginia)

Ad At Twani i bambini vengono accompagnati a scuola dai soldati, gli stessi che spaventano le loro famiglie quando intervengono per difendere i coloni. Quanta distanza dalla noia tranquilla del ‘pedibus’ dei nostri bambini, ma quanta energia e voglia di vivere nei loro sguardi. Forse i loro occhi brillano per la speranza di una vita migliore, mentre gli occhi dei nostri bambini sembrano annebbiati dall’avere già tutto e non aver niente da desiderare”. (Alessandra)

http://www.lavocedinomas.org/news/pellegrinaggio-giustizia-racconti-viaggio

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