Whisky e ghiaccio, shukran.

0
121

admin | July 13th, 2015 – 1:51 pm

 opera-house-608x426

“Cosa le posso offrire? Gradirebbe un whisky?”

Un whisky con molto, molto ghiaccio alle sei del pomeriggio, in una vecchia casa di Zamalek, l’isola in mezzo al Nilo, quartiere bene del Cairo.

“No grazie, non ce la posso fare… Mi scusi la domanda: ma come fate con questo caldo ad aver desiderio di un whisky col ghiaccio?”

L’anziana signora, ancora elegante, mi aveva guardato con tenerezza.

“È una vecchia abitudine di noi italiani d’Egitto. Ce l’hanno lasciata gli inglesi. Frequentavamo altri club ricreativi. Non andavamo certo al Gezirah, il club degli inglesi che spadroneggiavano in Egitto, e dei loro clientes egiziani… Qualcosa, però, ci hanno lasciato in eredità. Il whisky col ghiaccio, appunto.”

Un bicchiere alto e largo, di quelli da bibita, riempito di ghiaccio. E una buona dose di whisky che pian piano si annacqua.

“Vino qui non ce n’era, e quel poco che si faceva era imbevibile. Ci fu una volta che morirono in molti, per il vino con le polverine”.

Vino edulcorato, con l’etanolo. Chissà, forse era vero, forse l’avrei potuto rintracciare nelle cronache di un tempo del Cairo. Non era, però, rilevante. Il bello era l’onda dei ricordi, in un pomeriggio di fine primavera, in una casa di Zamalek, assieme a un’italiana d’Egitto.

Italiani d’Egitto. Dimenticati. Italiani che erano tanti, e si erano meravigliosamente mescolati a greci, levantini, libanesi, mescolanze di passaporti e colori. Italiani antifascisti e italiani fascisti. Italiani che lavoravano in banca e in tipografia. E italiani, operai,  che avevano costruito il canale di Suez. Centomila italiani, nel periodo di massima espansione, tra Cairo e Alessandria, e pure nel Delta del Nilo. Italiani che andavano e vanno ancora al Club, il Club italiano. Lì, nella stradina sotto la sopraelevata del Sei Ottobre. Cuore del Cairo, a  metà tra la vecchia ‘Parigi sul Nilo’ e il Museo Egizio.

Il Club italiano era una mèta obbligata, soprattutto perché ci faceva far pace con il nostro cliché nazionale. Cosa potevamo esportare, se non pizza e convivialità? Così, dentro il nostro consolato, proprio dentro il nostro consolato, non c’erano solo gli uffici consolari e la scuola, la Leonardo da Vinci, in cui sono passate generazioni di figli di tecnici petroliferi. C’era anche la pizzeria, alla quale si accedeva proprio dalla stradina che si vede nelle foto di questi giorni. C’erano camerieri e pizzaioli egiziani, come nelle nostre città italianissime. E c’erano le coppie di una certa età che, sì, pasteggiavano ancora a whisky e ghiaccio.

La stradina, il controllo garbato dei poliziotti egiziani, e poi l’ingresso attraverso il quale si accedeva al consolato e alla pizzeria. Era come sbirciare dalla buco della serratura una città che già non era più quella di prima. Lì, nella pizzeria, c’erano i segni della comunità degli italiani d’Egitto, del Cairo pre-nasseriano, del periodo del protettorato britannico e della monarchia piegata al colonialismo. E poi c’erano, altrettanto forti, i segni dell’Egitto repubblicano, del Cairo panarabista, dell’Egitto faro del mondo arabo. I segni del Bulaq, per decenni quartiere degli italiani, che avevano portato al Cairo i balconcini di ferro battuto.

Tutto lì, tutto tra la pizza e il whisky col ghiaccio.

*******

Ora, dalle foto e dai video che arrivano dal Cairo, si vedono solo i danni provocati da un’autobomba imbottita di 450 chili di tritolo. Esplosivo da cava? Arrivato da dove, visto che in Egitto vi è un severissimo controllo da parte delle forze armate anche sull’esplosivo per usi civili? L’autobomba ha ucciso un uomo, un ambulante egiziano, ferito sette persone, e lanciato un avvertimento. Ma a chi? E con quale obiettivo?

Di certo, chi ha messo l’autobomba non voleva fare una strage. Alle sei e mezzo della mattina, in un venerdì di Ramadan, un’autobomba è un avvertimento.  Il consolato d’Italia al Cairo è in una zona popolarissima della città, una zona di transito dalla stazione centrale di Ramses e il Nilo. Di Ramadan, a quell’ora, la maggior parte degli egiziani dorme dopo aver consumato il suhur, il pasto che precede l’alba. Il bilancio delle vittime sarebbe stato di certo molto più tragico se gli attentatori avessero collocato l’autobomba nelle ore calde, dalla tarda mattinata in poi.

Avvertimento tragico, dunque. A chi? Al governo italiano? Forse. Anzi, quasi certo. Per che cosa? Per la nostra politica mediterranea? Per il nostro appoggio ad Abdel Fattah al Sisi? Per il dossier libico? Per l’altrettanto scottante dossier sui migranti, sulle rotte del contrabbando di esseri umani? Tutto da verificare.

E in attesa delle verifiche e delle indagini, si può solo parlare di politica mediterranea e dei nostri rapporti bilaterali con l’Egitto. Da parte di un paese, come il nostro, che deve concentrare il proprio ruolo nel Mediterraneo, occorrerebbe più prudenza, nelle dichiarazioni governative. Prudenza unita a saldezza morale. Esprimere la vicinanza alle vittime del terrorismo.  Confermare la fermezza della nostra lotta al terrorismo. Pretendere che ai nostri uffici sia assicurata la protezione da parte delle autorità egiziane. E non andare oltre.

Non possiamo dichiarare di sostenere Abdel Fattah al Sisi, l’espressione di un nuovo regime costruito sul vecchio regime dei Mubarak. Non possiamo sostenere, con lui, un regime che reprime, che ha messo in galera la gran parte degli attivisti della rivoluzione del 2011. Ha messo migliaia di ragazzi e ragazze in galera, non solo islamisti, ma soprattutto laici. Non possiamo dichiarare, come ha fatto il governo italiano, di sostenere Al Sisi, negli stessi giorni in cui tutte le associazioni egiziane  e internazionali sui diritti umani e civili stigmatizzano le violazioni compiute dal regime al potere. Non possiamo, non solo per rispetto dei nostri valori raccolti nella Costituzione, ma anche perché non fa bene a una strategia seria e di lungo periodo che l’Italia dovrebbe avere sul Mediterraneo.

È in gioco la nostra sicurezza e la nostra credibilità. E senza credibilità, si rende più fragile anche la nostra sicurezza.

Nella foto, conservata alla Library of Congress, la vista dell’Opera dall’hotel Savoy. Ora, al posto della vecchia Opera, c’è un parcheggio. Allora, l’Opera era sinonimo di Italia. Noi curavamo il programma lirico. E gli italiani erano quelli dei balconcini di ferro, dell’opera e, poi, della pizza.

 Sugli italiani d’Egitto, leggere l’incredibile lavoro storico-archivistico di Marta Petricioli, col suo volume Oltre il Mito.

 Il brano della playlist, oggi: Abd el Halim Hafez, Zay el Hawa. Era quell’Egitto.

 

Whisky e ghiaccio, shukran.

http://invisiblearabs.com/?p=6267

Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.