Wlodek Goldkorn :” 6 giorni 50 anni. La guerra senza fine” Intervista ad Amos Oz

domenica 14 maggio 2017

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Testata: L’Espresso
Data: 14 maggio 2017
Pagina: 61
Autore: Wlodek Goldkorn
Titolo: «6 giorni 50 anni, la guerra senza fine-Giù i muri ma alziamo un confine-L’intifada è morta a Betlemme»

 

«Nel 1967 è cambiato tutto. Non siamo nati dalla storia ma come conseguenza di un sogno. E i sogni, quando si avverano, sono una delusione». Parla un grande scrittore israeliano colloquio con Amos Oz di Wlodek Goldkorn

 Nel giugno 1967 Amos Oz aveva appena compiuto i 28 anni, abitava nel kibbutz Huida ed era soldato riservista nel Sinai. Israele stava vincendo una guerra, chiamata poi la Guerra dei sei giorni, contro i suoi vicini arabi: Egitto, Giordania e Siria. Per i tre Paesi sconfitti, l’esito dei quel conflitto fu devastante: l’Egitto, le cui forze aeree furono distrutte in poche ore, perse la Penisola del Sinai e il suo presidente, simbolo del nazionalismo panarabo e del riscatto anticolonialista Abdel Gamal Nasser mai più riuscì a recuperare il suo prestigio e carisma. La Siria venne fuori dalla guerra mutilata dalle Alture del Golan, una specie di balcone che domina il Nord di Israele e da dove era facile sparare sui kibbutz sulle sottostanti rive del Lago di Tiberiade.

 La Giordania dovette rinunciare alla sponda occidentale del fiume Giordano, alle sue città, da Hebron a Betlemme e alla parte est di Gerusalemme, compresi i luoghi sacri per le tre religioni. E Israele? Israele che nel 1967 temette una seconda Shoah, l’annientamento di tutta la popolazione (minacciato da Nasser nei discorsi a Radio Cairo), fu travolto da un’ondata di euforia. I giovani generali, nati per lo più in Terra d’Israele, lontano dai patimenti e dalle umiliazioni della Diaspora, seppero vincere. Ma soprattutto, i luoghi cardine dell’immaginario ebraico: il Muro del Pianto, la tomba di Rachele, le tombe dei patriarchi a Hebron finirono sotto il controllo degli israeliani. Ecco, 50 anni fa, stava finendo la storia di un piccolo Paese socialista, un po’ povero, e che godeva delle simpatie delle sinistre europee e cominciava invece una di uno Stato che domina su un altro popolo (i palestinesi), sottoposto all’egemonia culturale dei coloni e che non è capace di fissare le proprie frontiere. Siamo venuti a casa di Amos Oz, per parlare di questi ultimi 50 anni e del loro significato

Cosa è cambiato in questi 50 anni? 

«Tutto. Nel 1967 lo Stato d’Israele era una specie di esperimento. Oggi non più. Ma mi preme dire un’altra cosa. Vede, normalmente gli stati nascono in conseguenza della storia o della demografia. Israele invece è nato come risultato di un sogno. E ogni cosa che nasce dai sogni, nel momento in cui il sogno si avvera, diventa una delusione. L’unico modo per conservare il sogno puro, per non sporcarlo, è non realizzarlo. Vale in tutti gli ambiti della vita umana. Vale per la scrittura di un romanzo, per un viaggio esotico, per una fantasia sessuale. La delusione che proviamo per il volto di Israele non sta nella natura di Israele ma nella natura dei sogni»

Un Incubo quindi?  

«Dipende per chi. Per gli oltre tre milioni di palestinesi Israele è un incubo. Ma non solo per loro. L’occupazione corrompe. Corrompe sia l’occupante che l’occupato. Prendi un bravo ragazzo, con un’educazione liberale e socialdemocratica e mettilo a fare il re di un villaggio arabo. Affidagli il compito di decidere a chi dare o negare il permesso di andare in un ospedale; aprire una drogheria; poter trovare un lavoro. Un ragazzo che si trova in una situazione simile, rimane corrotto per il resto della sua vita.

Credo di essere stato il primo ad averlo detto, poche settimane dopo la guerra. Poi mi cito Yeshayahu Leibovitz (un grande filosofo, ebreo ortodosso, contrario all’occupazione e alla venerazione dei luoghi sacri; Ndr). Ma forse non importa chi fu il primo». Invece Importa, perché In mancanza di ideologie contano te *** biografie. 

«Lasci stare. L’importante è che cinquant’anni di occupazione hanno tirato fuori dalle persone il peggio: odio, razzismo, disprezzo, brutalità. Ma attenzione, anche se stiamo parlando di Israele, ciò che dico è una regola universale; vale per tutti in tutto il mondo». 

Torniamo al 1967. In Israele vivono due milioni e mezzo di ebrei. li Paese è dominato dal movimento laburista, laico, per ii quale i simboli religiosi, in apparenza, non sono importanti. Si vuole costruire un uomo nuovo, soldato e agricoltore e non piangere e pregare a Gerusalemme in attesa del Messia. La redenzione sta nel lavoro delle braccia, nel piombo delle pallottole, non nelle sinagoghe e luoghi sacri. Poi le sacre pietre vengono conquistate e all’improvviso l’immaginario religioso si fa dominante: il Muro del Pianto diventa ii centro dell’esperienza esistenziale e nazionale. Cosa è successo?

 «La sua domanda è sbagliata. O meglio, è sbagliata la parola: “all’improvviso’: L’immaginario religioso era sempre presente nel discorso laburista sionista. Già negli anni Venti, Gershom Scholem, il grande studioso della Cabala metteva in guardia i socialisti dall’uso del lessico messianico. Scrisse che giocavano con il fuoco. Parlavano di “Redenzione”, “Epoca del Messia’: “Terzo Tempio’: Erano parole e linguaggi utili a far propaganda tra gente semplice. Parole che ogni ebreo aveva imparato in sinagoga o in casa paterna e che rimandavano alle preghiere e ai sogni del “Tempo dopo il Tempo”: Il guaio è che le parole e i linguaggi hanno una dinamica autonoma. Ecco cosa è successo». 

Sta dicendo che un sogno, un auspicio vecchio duemila anni: l’anno prossimo a Gerusalemme che significava l’anno prossimo la Redenzione e non era un programma di edilizia o di conquista militare immediata, ha invece assunto una vita sua

«I fondamentalismi stanno crescendo ovunque: tra cristiani, musulmani e anche tra di noi. C’è una malattia nuova e che credo di aver scoperto. Chissà se non merito il Nobel per la Medicina. Io quella malattia la chiamo in ebraico “shakhzeret”; in latino rudimentale “reconstructivitis”». 1 sintomi? «Un giorno incontro un intellettuale palestinese a Parigi. Ha cinquant’anni insegna all’università. Mi dice che è di Lifta, un villaggio vicino a Gerusalemme. Gli chiedo: come puoi essere di Lifta, se il tuo paesino è stato raso al suolo nel 1948? Mio nonno e mio padre erano di li, mi risponde. Voglio tornare a Lifta, e non mi importa se il mio presidente sarà un ebreo né mi interessa il colore della bandiera Lì c’erano case in pietra, il pozzo, le capre, gli uliveti, i trecento abitanti». Morale? «Non c’è’ ritorno a Lifta, neanche se tutti gli ebrei avessero lasciato la Terra d’Israele. Se ricostruissero Lifta, ci sarebbero 25 mila discendenti degli abitanti; una città con semafori, palazzi di cinque piani, due supermercati e problemi di parcheggio. Quell’intellettuale vuole ricostruire nello spazio qualcosa che si è perso nel tempo».

 Davvero lei pensa di rinunciare alla nostalgia? 

«La nostalgia serve a scrivere romanzi, fare film, non a essere usata come se fosse un bancomat». e

E per quanto riguarda Israele? 

«Mettiamo che domani mattina Abu Mazen e Ismail Haniye, il capo di Hamas a Gaza, si presentino a Netanyahu con la chiavi della Spianata delle Moschee a Gerusalemme (e il luogo dove sorgeva il Tempio, ndr) in mano e dicano: abbiamo capito che la spianata è vostra. Dateci tempo per spostare le nostre moschee e fate il vostro Tempio. Bene, ai tempi di re David in quel luogo venivano 25 mila pellegrini. Oggi verrebbero milioni. Dove mettiamo i bagni? E i parcheggi? Anche i nostri fondamentalisti che sognano il Terzo Tempio sono malati di reconstructivitis».

 Prima ha detto che sul piano del lessico Ii sionismo ha sempre sofferto di questa malattia.

  «Interpretazione errata. I miei genitori non sono venuti qui guidati dal detto “L’anno prossimo a Gerusalemme’: Sarebbero rimasti volentieri in Polonia, Lituania, Russia, a ripetere per altri duemila anni quella frase rituale. Sono venuti qui perché in Europa hanno cominciato a uccidere gli ebrei. La “reconstructivitis” era solo il vestito che è stato dato al bisogno di trovare un posto dove vivere». Bauman lo chiamava retrotopia, un’utopia rivolta al passato. «Un intellettuale di Ramallah mi disse: “guardavamo le luci da lontano, pensavamo fossero di Giaffa. Poi scoprimmo che erano invece della Grande Tel Aviv”».

Parliamo allora dei palestinesi. A visitare le città della Cisgiordania si ha l’impressione di una certa normalità. Come se l’occupazione non fosse più un trauma

«Guardi la mia mano destra. Settant’anni fa questa mano gettava pietre su soldati britannici a Gerusalemme. Ora dal punto di vista economico c’era prosperità. I britannici hanno costruito strade, edificato ospedali, hanno messo in piedi una rete di scuole. Erano occupanti molto migliori di quanto lo siamo noi nei confronti dei palestinesi. Ma ogni volta che passavo con mio padre accanto a un soldato britannico, non un inglese ma un neozelandese 19enne vestito di short, mio padre istintivamente chinava la testa. E io mi vergognavo e per questo buttavo le pietre» Nel 1948 a Gerusalemme arrivò la prima moneta israeliana coniata a Tel Aviv. Era bruttissima a vedersi. Mia nonno la prese in mano, aveva lacrime negli occhi, la baciò e la benedisse, pur essendo un uomo laico. Io non bacio le monete E sa perché? Perché mio nonno lo fece per me. Ecco, i palestinesi hanno bisogno di un nonno che baci la moneta e un nipote che non ne ha più necessità».

E così ha spiegato che la sovranità nazionale è la condizione per liberarsi dal nazionalismoTorniamo allora al 1967. Poche settimane dopo la Guerra dei sei giorni, in un Paese in preda all’euforia nazionalista e con una sovranità ancora incerta, lei con alcuni intellettuali dei kibbutz pubblica un libro intitolato “Siakh lokhamim” (conversazione dei combattenti). Sono testimonianze del ragazzi del kibbutz appunto, che raccontano gli orrori della guerra e I problem! etici che hanno affrontato da soldati, educati nello spirito della sinistra.

 «Sono stati mesi di una specie di religione militarista con i generali come grandi sacerdoti. Un popolo che per duemila anni è stato bastonato, all’improvviso si trovò in un mano il bastone e poteva picchiare altri: si immagina l’orgia sciovinista? Si rende conto quanto si gode nell’essere forte e poter umiliare l’altro? Noi volevamo raccontare invece che anche una guerra giusta (perché quella del 1967 fu una guerra giusta) è atroce».

II libro è stato mutilato dalla censura militare. Sono stati tolti i racconti sulla fucilazione dei prigionieri di guerra egiziani, sulla distruzione di tre villaggi palestinesi, su ragazzi israeliani che si paragonavano (ingiustamente) al soldati nazisti…

 «I censori avevano un argomento forte. Il conflitto non era finito. Ci sarebbero state altre guerre. I nostri ragazzi sarebbero stati fatti prigionieri. Io non me la sentivo di prendermi la responsabilità per una ipotetica situazione in cui uno dei nostri figli venisse fucilato dagli egiziani perché io avevo svelato che noi abbiamo assassinato prigionieri egiziani».

Oggi come la pensa? 

«Oggi non difendo quella posizione di allora e non saprei cosa avrei fatto di fronte alla censura. Le racconto qualcosa di inedito. Il primo giorno di guerra sto seduto sulla sabbia di una duna. All’improvviso ci cadono addosso degli ordigni. Guardo e vedo che duecento metri più in là ci sono persone che io non conosco e che cercano di uccidermi. Non ho cercato il riparo, anche se avevo paura. Invece volevo chiamare la polizia…. Ecco, questa era l’unica reazione istintiva normale in guerra. Tutto il resto non era normale».

Nel 1967 tutti in Israele temevano una seconda Shoah…  

Io non pensavo alla Shoah, se non nel senso che occorresse lottare come dei leoni. Sapevo invece che se l’esercito egiziano fosse entrato nel mio kibbutz non ci sarebbe stata pietà per nessuno di noi. L’abbiamo visto nel 1948, durante la guerra dell’indipendenza. Era questo il ricordo».

Per i palestinesi II 1948 significa invece la Naqba, la distruzione del villaggi; 1 700 mila profughi…

  «Vero, nel 1948 abbiamo compiuto una pulizia etnica: il 70 per cento dei palestinesi ha dovuto lasciare i territori da noi controllati. Ma loro hanno fatto una pulizia etnica più limitata nei numeri ma più radicale nella sostanza: a Gerusalemme est e in Cisgiordania non rimase neanche un ebreo».

Come vede il futuro? In Cisgiordania cl sono quasi 400 mila coloni….

 «Per favore non mi parli di una situazione “irreversibile’: Irreversibile è una parola che mi irrita. La usa sia la destra estrema che la sinistra radicale per dire che israeliani e palestinesi non possono più separarsi e che quindi le uniche alternative sono o apartheid o Stato binazionale. Io invece sono abbastanza vecchio per sapere che non ci sono cose irreversibili. E del resto, Israele è nato tre anni dopo la chiusura di Auschwitz; un miracolo. Ho visto Sharon, l’uomo di destra, idolo dei coloni smantellare gli insediamenti nella striscia di Gaza; ho visto De Gaulle evacuare 800 mila coloni francesi dall’Algeria e Churchill smantellare l’impero britannico. L’irreversibile è solo la morte, e anche quella la devo ancora sperimentare, per esserne certo».

Wlodek Goldkorn:” L’intifada è morta a Betlemme”

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Wolodek Goldkorn    Ramallah

Il “Walled Off Hotel”, l’albergo che Banksy il graffitaro più famoso del mondo, ha inaugurato poco fa a Betlemme (ma è di proprietà di un uomo d’affari palestinese) è come recita la pubblicità, l’albergo con la peggiore vista dell’universo. Il piccolo edificio è a ridosso del Muro che 15 anni fa Israele ha voluto costruire nel Territori della Cisgiordania. Nella lobby, sculture (sempre di Banksy): un mezzo busto neo classico, ma con attaccata una striscia di cotone, metafora di gas lacrimogeni; due deliziosi angioletti con le maschere anti gas e altre opere sul tema. In una stanza: il museo del Muro, con una narrazione onesta della storia del conflitto israelo palestinese.

E poi: poster, mappe, filmati delle manifestazione represse dall’esercito dello Stato ebraico. Fuori, i visitatori con bombolette spray scrivono slogan militanti in lode della Resistenza sul Muro di cemento armato. Resistenza? Passeggiando per le strade di Betlemme si ha l’impressione che la Resistenza come mobilitazione permanente contro le forze di occupazione, è un ricordo, un pezzo di memoria da tramandare nei libri di storia o nelle opere d’arte. Le vie sono piene di turisti; i poliziotti palestinesi sono gentili come i bobbies inglesi negli anni Cinquanta. Tantissimi sono gli edifici appena ultimati; molti i cantieri aperti. Là dove una ventina di anni fa c’erano strade di campagna tra campi coltivati, oggi sorgono palazzi, in modo da trasformare una gran parte della Cisgiordania in una specie di quattro agglomerati urbani: Ramallah, Nablus, Betlemme, Jenin, divisi tra di loro da colonie israeliane, in cima alle colline, e che spezzano la continuità del territorio. Certo, ci sono i campi profughi, con i loro militanti radicali e con la gente ridotta in povertà, ma prevale un mondo in mano a una nascente borghesia che sogna una vita tranquilla; un minimo di prosperità, buone scuo- e ele (le Università della Cisgiordania sono ottime); qualche svago tra concerti e ristoranti.

 E infatti, in uno di questi, non di lusso (il pubblico composto da impiegati e piccoli businessmen) all’entrata di Betlemme, alla domanda sulla normalità, appunto, gli avventori rispondono che due generazioni hanno già messo in atto due intifade e quindi «non vogliamo bruciare una terza generazione»; e anche: «Ai nostri ragazzi diciamo, guardate la Siria, guardate l’Egitto e poi decidete se la vita qui è davvero insopportabile»; qualcuno aggiunge: «Non abbiamo illusioni, i coloni ci stanno guardando dalle colline pronti a farci del male mentre l’esercito israeliano ci controlla a vista, ma stiamo imparando ad aver pazienza; dopo 50 anni di occupazione il fattore tempo cambia di segno». Tradotto: prima o poi gli israeliani dovranno decidere cosa vogliono, l’annessione di questa terra e Stato binazionale, oppure il ritiro e la possibilità di mettere in piedi uno Stato palestinese.

 E in ambedue i casi conviene avere una classe dirigente preparata

. Eppure è dal 16 aprile che Marwan Barghouti, il leader della seconda intifada e il più popolare tra i capi palestinesi, da tre lustri in una galera israeliana, condannato a cinque ergastoli, è in sciopero della fame. Con lui 1.500 dei 6.500 prigionieri palestinesi. Chiedono cose minime e ragionevoli, niente di sovversivo: più visite delle famiglie e possibilità di studiare alle università dello Stato degli ebrei (fino a pochi anni fa era permesso). E ricordano che dal 1967, dalle carceri israeliane sono passati qualcosa come 800 mila palestinesi, e che quindi la loro lotta dovrebbe riguardare ogni famiglia.

Spiega Adel Mana, storico della Palestina, oggi all’Istituto Van Leer di Gerusalemme, alle spalle l’insegnamento nelle università di Cisgiordania («tra i miei studenti a Bir Zeit c’è stato Barghouti») e osservatore non neutrale delle cronache recenti: «La normalità è apparente. Il conflitto continua, ma a più bassa intensità.

Sembra un Paese pacificato perché il presidente dell’Autorità Mahmud Abbas (Abu Mazen) sta facendo di tutto perché non ci siano attacchi contro gli israeliani, dato che la sua legittimità sul piano internazionale consiste nel garantire la sicurezza dello Stato ebraico». Prosegue: «E poi, 750 mila dei quasi tre milioni di abitanti, della Cisgiordania dipendono dall’Autorità nazionale: sono insegnanti, poliziotti, impiegati. Non vivono benissimo; gli stipendi non superano i 500 euro al mese. Ma attenzione», dice, «il cambio del sogno; da quello di essere combattente e martire, a quello di vivere decentemente, porta inevitabilmente alla frustrazione e alla ribellione perché la pressione degli israeliani si sente, la disoccupazione è altissima; il Muro ci impedisce di viaggiare e spostarci, e a Gerusalemme est (dove vivo) l’esproprio delle nostre terre non è mai cessato». E poi: «Resta il problema di Gaza, una prigione a cielo aperto». Per la cronaca, circa 130 mila palestinesi lavorano in Israele, molti negli insediamenti. Quanto le due economie siano integrate, lo conferma Arie Arnon, economista dell’Università di Beer Sheva e rimanda ai testi (disponibili on line) del “Gruppo Aix”, studiosi di vari Paesi che discutono sulle prospettive della pace, partendo dalle fondamenta dell’economia, appunto. Prova a riassumere i 50 anni dell’occupazione Marzuk Halabi, poeta, intellettuale, giornalista druso, cittadino d’Israele ma che si considera «parte integrante del popolo palestinese». Spiega: «Nel 1967 il nazionalismo panarabo (Nasser e i siriani del Baath ne erano i campioni), di stampo romantico, subisce una storica sconfitta da parte di Israele». E prosegue per dire che in conseguenza di quella sconfitta, i palestinesi si sono emancipati dalla pesante e strumentale tutela degli Stati arabi e sono diventati un «soggetto della Storia, all’interno dello spazio arabo e non più una piccola frazione della nazione araba».

 E poi? E poi, spiega, da un lato è nato il fondamentalismo musulmano che «distrugge ogni idea della nazione». Fa una pausa, sottolinea che le sue critiche ai palestinesi (che sta per esprimere) non tolgono nulla alle pesanti e primarie responsabilità degli israeliani per la situazione attuale e per la storia del conflitto, che cominciò assieme all’arrivo dei primi sionisti in Palestina, ma..

. «Ma insomma, quando si presentò l’occasione di costituire lo Stato, Yasser Arafat, non ebbe il coraggio di farlo», sussurra. E si potrebbe terminare qui, se Halabi, non dicesse più tardi, in macchina, sulla strada verso Haifa (lui abita a mezz’ora da 11) e off record: «I palestinesi non hanno capito cosa era la Shoah. Pensano fosse una Naqba (700 mila profughi e distruzione di decine di villaggi, compresi i cimiteri e quindi la memoria) più grande.

E invece dobbiamo capire che fu una catastrofe della civiltà e che gli ebrei, dopo la Shoah, hanno paura, irrazionale e non guaribile, per la propria sopravvivenza. Anche quando sono forti come è forte Israele”. Conclusione saggia, ma non ottimistica

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Wlodek Goldkorn: ” Giù i muri ma alziamo un confine”

Racconta Tzipi Livni: «Due giorni dopo la conquista della Cisgiordania, avevo nove anni, i miei genitori mi portarono in automobile in gita nei Territori. A un certo punto si fermarono e mio padre chiese a un palestinese delle indicazioni stradali. Mia madre ebbe l’impressione che nel tono della sua voce ci fosse una sfumatura razzista. Lo rimproverò.

Mio padre reagì», prosegue il racconto, «dicendo che no, che lui usava un arabo rudimentale (era questo il rimprovero) perché non lo sapeva padroneggiare bene e che parlava lentamente (altro rimprovero) per non mancare di rispetto all’interlocutore». A quei tempi, pochi giorni dopo la vittoria nella Guerra dei sei giorni decine di migliaia di israeliani andarono a visitare le città palestinesi: per curiosità e per guardare in faccia il nemico.

Quello che ha di particolare la narrazione di Livni è il contesto politico familiare. Livni deputato alla Knesset, avversaria del governo Netanyahu («il più di destra nella nostra storia»), è stata ministro degli Esteri, ma soprattutto suo padre Eitan è stato attivista dell’Irgun ai tempi del mandato britannico. Gli uomini dell’Irgun propugnavano una Grande Israele e cantavano: «Due sono le sponde del Giordano, ambedue le nostre».

Commenta Livni: «Ma in quella visione del mondo gli arabi dovevano essere cittadini a pieno titolo». E oggi? «La parola Stato dovrebbe coincidere con la parola confine, perché il confine determina l’identità, ma a 50 anni dalla guerra e con Netanyahu al potere non è così. Se vogliamo mantenere il carattere ebraico e democratico di Israele dobbiamo rinunciare alla Cisgiordania».

Livni non è una pacifista (insiste nel dire che Israele è un Paese con molti nemici e quanto la sicurezza, sinonimo di azioni militari dure, sia fondamentale), ma stabilisce il nesso tra l’occupazione e qualcosa che assomiglia a una deriva antidemocratica. In concreto: il premier attuale cerca di sottomettere ai suoi voleri i media e considera una specie di quinta colonna le organizzazioni che raccolgono le testimonianze sui misfatti dei coloni e dei militari nel territori occupati. «I miei genitori di destra sognavano un Israele diverso», dice Livni alludendo anche a una certa demagogia contro gli arabi cittadini di Israele usata dal premier.

Omer Bar Lev è collega di Livni, ha 63 anni, è uno dei leader del partito laburista, ex comandante di Sayeret Matkal, l’unità d’élite dell’esercito e figlio di Haim Bar Lev, vicecapo dello Stato maggiore nel 1967.

L’appuntamento è in un quartiere Nord di Tel Aviv: un caffè dall’aria familiare in una strada linda e sembra di stare a Zurigo. Accanto, un’agenzia immobiliare: nella vetrina, offerte di appartamenti in vendita. Si parte da un milione di euro per un alloggio di 90 metri quadri. E basta fare due passi per vedere decine di grattacieli in vetro, dalle forme più immaginifiche possibili, e accanto selve di gru, nei cantieri dove si costruiscono altri e simili palazzi. Anche i prezzi dei ristoranti assomigliano (come la strada dell’incontro) a quelli di Zurigo. Ma poi, accanto a una crescita dell’economia del sei per cento l’anno, del Pil pro capite di 36 mila dollari e a un tasso di disoccupazione che non supera il quattro per cento, un bambino su quattro vive in povertà e gli indici di diseguaglianza sono tra i più alti fra i Paesi dell’Ocse.

Il padre di Omer Bar Lev era nato a Zagabria, in una famiglia borghese (proprietaria di una fabbrica); nonni di origini austro-ungariche. Nel 1939 i genitori lo spedirono (via Trieste) in Palestina. Frequentava una scuola di agricoltura, militava nelle organizzazioni della sinistra, divenne soldato.

«Anche quando era un generale, vivevamo in una casa modesta. Nessun lusso; nessun privilegio; non si parlava dei soldi. Nel 1967 eravamo a Parigi (mio padre era in missione). Fu richiamato. Poi, a guerra iniziata, l’abbiamo raggiunto; mia madre non si immaginava che potessimo restare all’estero mentre la patria era in pericolo». Sorride: «A guerra finita, mio padre come tutti i generali era considerato un eroe. Comprensibile. ma come se ci fosse un delirio collettivo».

Spiega, da figlio, ma anche da politico che aspira a vincere le elezioni e a formare (con Livni e altri) un nuovo governo: «Per mio padre i territori conquistati erano una specie di carta da giocare, un biglietto, non vinto alla lotteria, ma ottenuto con sangue e coraggio, da scambiare con un accordo di pace con gli Stati arabi». Illusione? «Non so», è la risposta, «ma so che subentrò un elemento messianico, che trasformò ciò che doveva essere transitorio (l’occupazione militare) in permanente (400 mila coloni)».

Spiega: «Sono un militare. E da militare so che quasi tutti gli insediamenti non servono alla nostra sicurezza. Sono stati costruiti con l’idea di redimere “i luoghi sacri” e per sottrarre la terra al nemico. Ecco, penso invece che gli abitanti della Cisgiordania siano dei civili, non nemici da combattere». Tradotto in termini politici? «Separarsi dai palestinesi. Arrivare a una situazione in cui i due popoli possano vivere in due Stati. Mi sembra un’idea razionale e di vantaggio per tutti quanti», sorride ironico: «E, del resto, i 50 anni di occupazione hanno fatto male pure agli israeliani».

Separazione, confini, guarigione, identità. Parole impegnative, che cozzano contro l’apparente normalità di un Paese preoccupato più per l’andamento della Borsa e delle startup all’avanguardia che dal futuro dei territori (nei media ma anche nei caffè se ne parla pochissimo).

E tuttavia uno scrittore come David Grossman, da anni sostiene quanto gli israeliani soffrano di una specie di patologia: mancanza di limiti (anche nei rapporti personali) dovuta al fatto che da due generazioni non sanno cosa sia un confine. Non hanno tutte le colpe.

Il suo stupendo romanzo “Come il cerbiatto è il mio amore” comincia con la guerra dei Sei giorni: i de protagonisti, ragazzi, sono ricoverati in un ospedale; sospesi tra la speranza della guarigione e la paura della morte. Ma, soprattutto, abbandonati a se stessi (i medici e gli infermieri sono spariti). Ecco, abbandonati dal mondo e scissi tra il timore dell’annientamento e la speranza di farcela, erano pure i due milioni e mezzo di ebrei che vivevano allora in uno Stato che esisteva da appena 19 anni ed era abitato in maggioranza dai nuovi immigrati, molti dei quali sopravvissuti alla Shoah.

Il primo ministro Levi Eshkol aveva 72 anni; nato in Ucraina, arrivò in Palestina diciannovenne.

Sua figlia Ofra Nevo, in un ristorante sul lungomare di Haifa («guardi questo locale, ebrei e arabi insieme; il mio sogno e l’incubo invece di Netanyahu»; ride) racconta: «A casa nostra si parlava solo di politica; di come costruire lo Stato. Mio padre stava in un appartamento in affitto: prima un monolocale a Gerusalemme e poi tre stanze a Tel Aviv. Non si andava nei ristoranti; diceva che erano posti da borghesi. Non eravamo poveri: mio padre guidava un’automobile sua». Riflette: «Non è mai stato razzista. All’Università gli chiesi: e se mi sposassi con un arabo? Lui rispose: temo che avresti delle difficoltà, purtroppo». Eshkol amava parlare lo yiddish, la lingua della Diaspora, della ambivalenza (in yiddish ogni espressione contiene almeno due significati opposti); e non sapeva che farsene dei territori conquistati. In un’intervista, ricorda Ofra, disse: «Il fatto che Sara e Lea (mogli di Abramo e Giacobbe) facessero labellavitaa Hebron non mi obbliga a niente».

Pochi giorni dopo, il suo governo cadde. Alla guerra arrivò in seguito a una serie di eventi: lo scontro tra Israele e Siria sui confini; il fatto che Nasser, presidente dell’Egitto, chiese in solidarietà con Damasco il ritiro delle truppe Onu che stazionavano nel Sinai, richiesta accolta dal Segretario delle Nazioni Unite (che invece avrebbe potuto tergiversare); l’ingresso del re Hussein di Giordania nella coalizione che proclamava (Nasser in testa) di «voler buttare gli ebrei a mare»;1’appoggio dato dai russi agli arabi.

Ecco, in quella situazione, i generali israeliani, tutti sabra nati in terra santa, belli e biondi, sentirono che il tergiversare di Eshkol (ed Eshkol tergiversava) fosse segno di una mentalità yiddish, da Diaspora. Lo deridevano; lo minacciarono di un putsch.

Comunque, alla fine, lui si convinse che non c’era altra scelta che combattere. Così a giugno conquistò il Sinai, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e il Golan. L’allora ministro degli Esteri, Abba Eban, disse che i confini d’Israele erano quelli di Auschwitz. «Voleva dire una cosa semplice», spiega lo storico Dan Diner, «che la legittimità internazionale s dello Stato degli ebrei si basa sulla memoé ria dell’Olocausto». Le sacre pietre della Cisgiordania, conquistate cinquant’anni g fa non c’entrano.

Pubblicato da arial a 09:56

 

 Amos Oz :” 6 giorni 50 anni. La guerra s…

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