Workshop: La storia del nemico. Parole e sguardi per un incontro possibile

Martedì 22 Ottobre 2013 16:19

Palestina/Israele
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Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso” (N. Mandela)

Chi vive, ha vissuto o semplicemente è vicino ad Operazione Colomba conosce bene questa frase stampata sulle magliette che indossano i volontari che condividono la vita con le vittime delle guerre, presenze di pace nei conflitti armati.
Siamo certi che per far avverare un sogno bisogna osare. Non lasciare che le paure prendano il sopravvento. Ci vuole coraggio. A volte il coraggio di fare una proposta, per rispondere ad una necessità.
La richiesta parte dalle comunità palestinesi dei villaggi delle colline a sud di Hebron. Palestinesi che, una ventina di anni fa, decisero di scegliere la nonviolenza come unica strategia di resistenza. per continuare ad abitare le proprie terre e rispondere all’occupazione armata e civile israeliana. Parte da queste parole di un membro del Comitato Popolare: “La nonviolenza è come un albero, che per crescere ha bisogno di acqua. Ognuno di noi, uomini, donne, bambini, anziani cerca di dare il proprio contributo. Ma abbiamo bisogno anche di voi. Aiutateci a dare da bere all’albero della nonviolenza”.

Così, dal 2004 Operazione Colomba è presente nell’area al fianco di queste comunità, per condividere la vita dei palestinesi sotto occupazione, schiacciata tra i soprusi dell’esercito israeliano e i continui attacchi da parte dei coloni che si sono insediati illegalmente su queste terre. Condividere senza mai accettare la quotidianità dell’occupazione, ma piuttosto accompagnando ogni giorno queste comunità e sostenendole nel loro continuo sforzo di trovare nuove modalità per resistere. Quello che in una parola è la resistenza popolare nonviolenta, scelta e strategia che fino ad oggi ha portato a risultati concreti, primo fra tutti il tornare ad abitare quelle terre e portare avanti le vitali attività quotidiane.

Con questo lavoro di accompagnamento e protezione – che negli anni ha visto la presenza di centinaia di volontari italiani impegnati sul campo – Operazione Colomba dà il proprio contributo, cercando di “portare altra acqua” per far crescere quell’albero.

Ed è in questo solco che si inserisce anche l’esperienza dei workshop. Arrivato alla quinta edizione, il workshop è una delle molteplici attività che rientrano nel progetto “So Far So Close III” finanziato dal programma UE “Partnership for Peace”, sviluppato nell’arco di tre anni (2012-2014). Si tratta di un momento pubblico aperto in cui, a partire dalla testimonianza diretta di ospiti “esterni al conflitto”, si vogliono favorire spazi di riflessione che possano rafforzare le motivazioni e la scelta nonviolenta dei palestinesi. Nessuna lezione di vita, nessun insegnamento. Solo uno spazio aperto, in questo posto altrimenti chiuso da muri di separazione e check-point. Per trovare la forza di riprendersi la propria vita, la propria dignità, oltre che la propria terra. Con i piedi fermi sul presente amaro e gli occhi rivolti verso l’orizzonte.

Nessun tentativo di comparare contesti e storie diverse, lontane, così piene di contraddizioni e equilibri precari, di passati non ancora risolti e di futuri indecifrabili. Da una parte un periodo storico chiuso, che fa parte di un passato in cui i conti sono oramai chiari. Dall’altra, un conflitto ancora in corso, così radicato e duraturo, in cui i conti non sono ancora chiusi.

Nessuna intenzione di voler ignorare il presente, l’occupazione che schiaccia i palestinesi e condanna gli israeliani, né di considerarlo come un dato di fatto, come qualcosa di “normale”, accettabile, ineluttabile, per cui rassegnarsi.

Nessuna volontà di spostare, ingenuamente, la riflessione così oltre il presente quasi da non vederlo più, “normalizzando” l’occupazione israeliana, che è alla base dell’assenza di giustizia.

Quest’anno, con coraggio, Operazione Colomba ha deciso di osare. E ha chiesto a Franco e a Giovanni di venire a raccontare la loro storia personale. Allo stesso tempo un pezzo di storia italiana, che ha lasciato una lunga scia di lutti e dolori. Franco Bonisoli, un passato nelle Brigate Rosse con un ruolo direttivo. Giovanni Ricci, figlio dell’appuntato Domenico, ucciso insieme ad altri quattro colleghi dalle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro in via Fani.

Da una parte il racconto delle scelte, quelle di Franco: la lotta armata, gli attentati, i morti. Poi il carcere, il riconoscimento dell’errore umano e storico e della sconfitta. La condanna della società e della propria coscienza. Quindi lo sciopero della fame prima come gesto estremo per provare su di sé la violenza fino a quel momento riservata ad altri e poi come segno di rottura con la lotta armata, la scelta nonviolenta come cambiamento positivo, come liberazione non solo dalla sbarre di un carcere ma soprattutto dalle gabbie costruite dentro di sé.

Dall’altra parte la storia di una vita, quella di Giovanni, fossilizzata a 12 anni in un’immagine: quella di suo padre crivellato di proiettili in via Fani. Quindi l’odio, covato per anni, verso gli assassini di suo padre. Poi, ancora, una scelta. Quella di combattere quell’odio lacerante e spingersi più in là, protendersi con assoluto coraggio verso l’incontro e il confronto con chi aveva ucciso suo padre.

Storie che attraversano il profondissimo dolore personale e arrivano a raggiungere il dolore dell’altro. E qui, in Palestina, l’incontro. Adesso, loro due. Insieme.

Ci viene difficile comprimere tutto quello che abbiamo vissuto con Franco e Giovanni in un incontro di qualche ora. Il workshop, sabato 12 ottobre, è stato ben di più di una mattinata sotto una tenda. Parte già dalla sera precedente nel vedere Franco e Giovanni mangiare dallo stesso piatto, come si usa qui. Li vediamo dormire per terra, come fanno tutti i volontari, condividendo con noi tutte le scomodità del posto. E li accompagniamo mentre incontrano le famiglie, ascoltando sia le storie dolorose, sia i racconti che descrivono la resistenza popolare nonviolenta di queste comunità. Tutti ci chiedono chi sono e noi li presentiamo. Non sono venuti ad insegnare niente. Sono qua per raccontare la loro storia. Silenzio. Anzi no. “La violenza fa delle vittime” dice un pastore. “Ci sono vittime vive e e vittime morte. Voi siete vittime vive perché vi siete liberati dall’odio e dal rancore”. Un’altra reazione: “Mio figlio, come molti ragazzi qua, è stato del tempo in un carcere israeliano. È importante che conosca la vostra storia”.

Dentro tutto questo quotidiano anche la possibilità di un momento pubblico aperto, il workshop nel villaggio di Al Mufaqarah. Dopo gli interventi delle autorità locali, non tutti improntati verso l’affermazione della strategia nonviolenta come forma di resistenza (in particolare il vice sindaco della cittadina palestinese di Yatta), la parola passa a Franco e Giovanni.

La traduzione purtroppo è molto faticosa, ma comprensibile. Non è un intervento facile.

C’è vento, bambini che giocano con i palloncini, una troupe di giornalisti palestinesi che intervistano disperdendo l’attenzione. Gli unici giornalisti italiani vanno via prima ancora dell’intervento di Franco e Giovanni.

Ad ascoltare le loro storie, con attenzione, donne e uomini, anziani e ragazzi, provenienti dai villaggi vicini. A loro si aggiunge un gruppo di attivisti israeliani di Ta’ayush, spesso presenti nell’area. Sulle spalle di tutti loro, il peso, il coraggio, la responsabilità di continuare a resistere contro l’occupazione israeliana. Ed è ad ognuno di loro che parlano le storie di Franco e Giovanni, in un modo o nell’altro.

In cima ad una collina, prima una poi due, tre camionette dell’esercito israeliano che pattugliano l’area e restano lì per tutto il tempo, anche quando il workshop è ormai finito e i palestinesi ritornano ai propri villaggi. A ricordare che la storia del passato di Franco e Giovanni e del loro incontro tra le case e le rovine di al Mufaqarah si scontra con il presente amaro, con l’ingiustizia dell’occupazione israeliana.

Il giorno successivo, domenica 13 ottobre, Franco e Giovanni sono ancora a raccontare le proprie storie, questa volta in un contesto molto diverso. Quasi lontano, eppure così vicino. Questa volta a Gerusalemme, a pochi passi dall’andirivieni serale di Ben Yehuda street, nella sede dell’Alternative Information Center (AIC) che organizza l’evento in qualità di partner di Operazione Colomba nel progetto “So Far So Close III”.

La serata ha per titolo: “La storia del nemico. Parole e sguardi per un incontro possibile”.

Qui la platea è più intima, ma comunque molto interessata. Gli italiani e gli israeliani presenti pongono domande profonde a fine dibattito sulle motivazioni di queste scelte, per esempio su che ruolo abbia avuto la fede personale. Trasportati al loro vissuto, esprimono dubbi legittimi su uno sguardo alla riconciliazione quando un sopruso è ancora in atto e ascoltano attenti il racconto di altre esperienze concrete di “giustizia riparativa”. Storie personali di spettatori si mischiano a quelle dei protagonisti e ne nasce un profondo scambio pregno di riflessioni.

Una volta una persona ci ha descritti dicendo che Operazione “crea spazi” nelle guerre. Intendeva dire che la nostra presenza favorisce delle aree o dei periodi che permettono alle vittime di un conflitto di esistere e portare avanti la propria vita quotidiana. Dopo la visita di Franco e Giovanni, il workshop e l’incontro a Gerusalemme un ulteriore spazio: quello che permette alle persone di guardare un attimo più in là del proprio orizzonte personale.

Non un sogno che si avvera. Ma semi concreti di un sogno veramente grande.

ALCUNE FOTOGRAFIE:

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http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1687-workshop-la-storia-del-nemico-parole-e-sguardi-per-un-incontro-possibile.html

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