YOSSI M.: “POI CAPISCI CHE SONO BUGIE”

La testimonianza di un ex militare israeliano che ha trascorso oltre un anno a Gerico nei Territori palestinesi occupati. Ma e’ anche la storia di un percorso dalla negazione dell’altro al riconoscimento dei suoi diritti.

GIORGIA GRIFONI

Tel Aviv, 08 ottobre 2011, Nena News -“Avevo un amico, nell’esercito, che era un immigrato ebreo estone. Parlavamo a lungo. La notte dell’11 settembre, mentre ci preparavamo ad eseguire gli ordini ed entrare con i carri armati nella città di Gerico, mi disse: “In Estonia ero un ragazzino che partecipava all’intifada contro l’esercito sovietico. Volevo essere libero, e lanciavo molotov ai carri armati russi. Non posso entrare  in quella città su un merkava”. Neanche io volevo entrarci. Così andammo dal nostro comandante, un colono ebreo di Gaza, e ci rifiutammo di eseguire gli ordini: noi andammo in prigione, e tutti gli altri a Gerico”.

Questo, secondo Yossi M., 31 anni, è stato uno dei momenti in cui ha cominciato a capire che molti dei valori secondo i quali era stato cresciuto, stavano vacillando davanti alla realtà dei fatti.  “La zona di Gerico- racconta- è stata la mia postazione per più di un anno durante il servizio militare. La città non aveva partecipato alla prima Intifada, e non stava prendendo parte neanche alla seconda. Non succedeva assolutamente nulla lì. Ma il mattino dell’Undici Settembre, il comandante ci radunò nel cortile della base militare e ci informò che l’America era stata attaccata. Gli Stati Uniti parlavano di terroristi di Al-Qaeda, ma il nostro comandante sosteneva che l’intelligence avesse ricevuto informazioni segrete dalla Giordania riguardo al vero mandante degli attentati: l’armata rossa giapponese (!). Ma comunque ci sarebbe stata una guerra, e noi avremmo dovuto marciare su Gerico con i merkava, con i paracadutisti, gli elicotteri e la fanteria. Non c’era un obiettivo, un nemico lì. Molti di noi erano felici perché finalmente avrebbero agito da veri soldati, ma io non ne capivo il perché”.

Anche lui, allo scoccare dei 18 anni, era partito per la leva con grandi speranze: diventare un uomo, proteggere la nazione, essere un eroe. Yossi è nato e cresciuto in un moshav a est di Tel Aviv, una comunità di piccoli produttori agricoli frutto delle politiche sioniste di insediamento in Palestina all’inizio del XX secolo: un ambiente ben coeso sia ideologicamente che al livello pratico sul valore della terra quale fonte di identità e sostentamento  per la  comunità. Suo padre è stato un carrista, e ha servito nella guerra del 67 e in quella del 73. Anche lui era diventato carrista, per continuare la tradizione familiare.

“Non riesco a descrivere lo shock che ho provato, che tutti noi proviamo –afferma Yossi- quando cominciamo a prestare servizio militare nei Territori occupati. Improvvisamente non sei un soldato, ma un poliziotto: 12 ore al checkpoint, 4 ore di ronda e forse due per dormire. Cominci a vedere l’occupazione, e ti ricordi di tutte le cose che sentivi alla radio da bambino: attacchi, pietre lanciate, kamikaze. Ma qui vedi la realtà con i tuoi occhi, e continui a sentire esattamente le stesse cose alla radio: capisci che sono bugie, che c’è qualcosa di malsano in tutto ciò”.

Sembra facile, quindi. Sembra che ogni soldato israeliano possa riflettere durante il servizio militare, vedendo quel che accade realmente. “Non è proprio così semplice. Passi il tempo in una situazione di costante follia , sei sempre occupato e non hai troppo tempo per sederti a pensare, o parlarne con i tuoi commilitoni. Devi anche combattere contro il sistema militare: rifiutare gli ordini è molto comune nelle unità e lo si fa ovviamente per il proprio interesse, per far rispettare i propri diritti di soldato. Sicuramente non per i Palestinesi”.

I momenti peggiori sono quelli passati al check-point. “Succede qualcosa dentro di te – continua Yossi- quando sei al check-point. E’ qualcosa che non so spiegare a parole, ma è un cambiamento che non risparmia neanche i soldati di destra, quelli tra i più convinti della loro missione sionista. Al check-point ho visto soldati di sinistra diventare molto violenti, e coloni sembrare più umani degli altri, in un certo senso. Farò un esempio: il campo-base si trovava all’entrata sud di Gerico, e all’interno c’era una piccola sezione di guardie di sicurezza palestinesi. Fuori c’era il check-point: non lasciavamo entrare né uscire nessuno dalla città, perché era la seconda Intifada e avevamo istituito un coprifuoco di 6 mesi. A Gerico, dove non succedeva nulla: io non riuscivo a capire. Al checkpoint ci si annoiava. Magari c’era qualcuno che ti guardava dritto negli occhi, magari non ti piaceva la sua faccia, magari la tua fidanzata non ti aveva telefonato: era con il palestinese che ti sta stava di fronte che te la prendevi”.  Racconta molti episodi Yossi, tutti con estrema naturalezza, come se fosse un percorso obbligatorio per tutti i soldati. “Eravamo quasi tutti ubriachi e strafatti di ogni tipo di droga, ma non potevamo andare a dormire, perché se ci avesse scoperto il comandante saremmo andati in prigione. Così ci si inventava qualcosa: per stare svegli, per vedere un po’ d’azione. Una volta erano degli inesistenti sassi lanciati contro di noi, un’altra era una finta bomba che i palestinesi ogni tanto lasciano in strada per infastidirci: ma erano i soldati stessi a fabbricarla. Ricordo che una volta alcuni miei commilitoni erano così annoiati che hanno pensato: andiamo a giocare con i poliziotti palestinesi. Hanno cominciato a sparare contro la loro caserma, e ne hanno uccisi tre: sono tornati alla base ridendo come pazzi. Alcuni di loro riuscivano a vantarsi tra di loro degli arabi che erano riusciti a uccidere, mentre a casa, a cena con gli amici, sostenevano di non averne mai assassinato uno. Altri invece erano talmente devastati che si suicidavano: solo nella mia unità sono stati quattro”.

Dopo il servizio militare, e dopo essere stato due volte in prigione, Yossi non vuole più sentir parlare dell’esercito. Ora è un attivista antisionista, partecipa al movimento degli indignados israeliani e lo si può incontrare spesso in Cisgiordania tra i numerosi villaggi, come Bil’in e al-Walajeh, che rischiano di scomparire a causa delle politiche di espansione degli insediamenti circostanti e dell’ampliamento del muro di separazione tra Israele e Palestina. Non vive più nel moshav d’origine, come invece continuano a fare molti dei suoi compagni d’armi. Lui non potrà più tornare a essere quello di prima: “Mi rifiuto di essere un riservista. Mio padre ci è rimasto malissimo quando ha saputo che non volevo più servire nell’esercito e, paradossalmente, lo ferisce più questo che il fatto di essere diventato antisionista. E’ come se avessi intaccato la mia reputazione, e anche la sua: non ci siamo parlati per tanto tempo. Ora ha capito quello che sono, ma non lo accetterà mai del tutto”.

Come fare a cambiare la propria natura  e il proprio modo di pensare all’interno di una società così compatta su alcune questioni, non è una cosa facile. “I miei genitori sono dei sionisti convinti. Da piccolo leggevo moltissimo: storia, filosofia, letteratura, insomma tutto quello che mi capitava tra le mani. Questo sicuramente innesca qualcosa dentro di te: cominci a capire che non vieni cresciuto secondo dei veri valori, ma ti viene mentito su di essi e basta. Ti insegnano cos’è la democrazia, la giustizia, ma te ne danno una sola versione: tutto è colpa degli arabi, noi reagiamo e basta. Nell’esercito ho capito che c’è qualcosa che devo affrontare e un mondo tutto da ripensare. E credo che molti altri soldati lo stiano facendo”. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=13349

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