Crisi dei rifugiati: come la morte di una ragazza palestinese personifica le colpe dell’Europa nella tragedia del Mediterraneo

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Articolo pubblicato originariamente su Middle East Eye e tradotto dall’inglese dalla redazione di Bocche Scucite

Di Pietro Stefanini

Famiglie di rifugiati sbarcano sull’isola greca di Lesbo dopo aver attraversato il Mar Egeo dalla Turchia nel novembre 2015 (AFP)

Il caso di Rawnd Alayde, palestinese di origine siriana morta durante il viaggio verso la Germania, evidenzia le colpe storiche e attuali dell’Europa.

Nonostante il caso dei palestinesi in Siria sia spesso dimenticato nei dibattiti sulla crisi dei rifugiati, i loro viaggi di espropriazione offrono l’opportunità di riflettere sul regime di frontiera dell’Europa, sulla violenza della guerra in Siria e sulla permanenza del colonialismo israeliano.

Alla fine dello scorso anno, è emersa la notizia che un’imbarcazione proveniente dalla Turchia e diretta in Italia è affondata nel Mar Egeo, vicino alle coste greche, uccidendo 18 persone. Sono rimasto scioccato quando ho saputo dal mio ex manager che una giovane donna, Rawnd Alayde, era a bordo ed era tra gli otto palestinesi di Siria di cui è stata confermata la morte.

Dopo che le era stata negata la domanda di ricongiungimento familiare perché aveva compiuto 18 anni, Rawnd aveva cercato di raggiungere i suoi genitori e quattro fratelli in Germania. Nel 2017, un collega e io avevamo visitato la casa temporanea di Rawnd in Giordania nell’ambito di un rapporto che stavamo preparando per un’organizzazione della società civile palestinese, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione della sua famiglia.

Circa mezzo milione di rifugiati palestinesi viveva in Siria prima della rivolta e della conseguente guerra del 2011. Dopo la pulizia etnica della Palestina del 1948, che ha portato alla creazione dello Stato di Israele, 100.000 palestinesi erano fuggiti in Siria e si erano generalmente integrati nella classe operaia. Quando la casa di Rawnd a Yarmouk, un campo di Damasco che ospitava la più grande comunità palestinese del Paese, fu distrutta da un attacco aereo dell’esercito siriano, fuggì con la madre e le sorelle in Giordania.

Non potendo raggiungerle, suo padre, Mohammed, è rimasto a Yarmouk. Durante la guerra siriana, Mohammed ha lavorato come autista di ambulanze per la sezione siriana della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese. Quando l’ho intervistato nel 2017, ha ricordato storie strazianti del conflitto: la fame è diventata un’arma di guerra dopo che il regime siriano ha imposto un assedio a Yarmouk mentre combatteva contro gruppi armati, tra cui lo Stato Islamico (IS). Sull’orlo della fame, Mohammed aveva perso 50 chilogrammi ed era ricorso a mangiare erba.

È una catastrofe
Temendo di essere preso di mira dall’IS a causa del suo lavoro sociale nel campo, Mohammed è fuggito da Yarmouk e ha cercato di raggiungere la Turchia. Ma durante il tragitto, racconta di essere stato arrestato e torturato a Idlib da membri dell’Esercito siriano libero, che lo hanno accusato di essere un membro dell’IS.

Anche quando Mohammed ha finalmente raggiunto la Germania e ha chiesto asilo, il calvario era tutt’altro che finito. Il resto della sua famiglia era in Giordania, in attesa del processo di ricongiungimento familiare. Mohammed temeva il destino della figlia maggiore, Rawnd: “Non riesco a dormire, non riesco a mangiare perché ho paura che la Germania non la includa nella mia richiesta di ricongiungimento familiare. E se non lo faranno, sarà una catastrofe”, mi disse nel 2017.

Nel dicembre 2021, i suoi peggiori timori si sono materializzati. Quando Mohammed ha presentato la domanda di ricongiungimento familiare, Rawnd rientrava nell’età prevista, ma al momento dell’approvazione aveva già compiuto 18 anni e quindi è stata esclusa dal processo, impedendole di recarsi in Germania con la madre e i fratelli.

Dopo aver vissuto per anni da sola in un Paese straniero, Rawnd desiderava disperatamente ricongiungersi con la sua famiglia e questo l’ha portata a rischiare il viaggio in nave. Quando ha saputo del destino di sua figlia, Mohammed ha dichiarato: “Mi sono svegliato con la notizia straziante che mia figlia ha esalato l’ultimo respiro in mare. Avrei voluto abbracciarla così forte. Le autorità avrebbero potuto salvarle la vita se le avessero concesso il diritto di riunirsi a noi”.

La procedura di ricongiungimento familiare della Germania e la sua esclusione dei maggiori di 18 anni, una politica comune in Europa, è in parte responsabile della morte di Rawnd. Tali politiche dovrebbero essere abolite.

Come se non bastasse, le autorità greche hanno incriminato tre rifugiati siriani che avevano accettato di guidare l’imbarcazione. Mentre in passato erano i contrabbandieri a guidare queste imbarcazioni, la crescente militarizzazione delle frontiere e la criminalizzazione della migrazione hanno fatto sì che il compito passasse ai rifugiati più vulnerabili. In questo caso, i tre uomini sarebbero stati condannati a più di 100 anni di carcere ciascuno: una misura crudele che ha poco a che fare con il raggiungimento della giustizia.

Frontiere chiuse
Mentre dopo il 2011 i Paesi confinanti con la Siria hanno sopportato il peso della crisi dei rifugiati, i confini con la Palestina, sotto il dominio coloniale israeliano, sono rimasti chiusi. Basandoci sul lavoro degli storici Johnny Mansour e Ilan Pappe, possiamo ipotizzare cosa sarebbe potuto accadere se Israele avesse permesso alla comunità palestinese all’interno dei suoi confini di assorbire i rifugiati palestinesi in fuga dalla Siria.

Come suggeriscono i due autori, l’assorbimento “non sarebbe stato solo di persone con lo stesso background nazionale, etnico, religioso o culturale, ma in molti casi di parenti stretti”. Eppure, Israele si oppone all’accoglienza dei rifugiati dalla Siria, per non parlare di quelli palestinesi.

La risposta globale all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e alla conseguente crisi dei rifugiati ha gettato ulteriore luce su come la razza informi l’atteggiamento degli Stati occidentali nei confronti dei rifugiati non bianchi. La netta differenza tra l’approccio a braccia aperte nei confronti dei rifugiati ucraini bianchi, che le democrazie liberali occidentali considerano “più simili a noi”, e le politiche restrittive nei confronti dei rifugiati che spesso provengono da Stati precedentemente colonizzati evidenzia questa logica razzista.

Nel frattempo, Israele ha recentemente invitato i rifugiati ebrei ucraini a ottenere la cittadinanza e a diventare coloni nelle terre sottratte ai palestinesi – anche se a più di cinque milioni di rifugiati palestinesi continua a essere negato il diritto al ritorno in patria, tra i timori israeliani di uno spostamento demografico.

È inoltre fondamentale riflettere sulle politiche restrittive dell’Europa nei confronti dei rifugiati. Nonostante la sua vasta ricchezza, l’Europa accoglie solo una frazione dei rifugiati del mondo. E questa ricchezza è stata accumulata principalmente dall’estrazione nei territori colonizzati; come scrisse Frantz Fanon: “L’Europa è letteralmente la creazione del Terzo Mondo”. Le argomentazioni che ritengono che i rifugiati “rubino” i benefici dello Stato sociale liberale negano questa storia di espansione imperiale europea.

Concentrandosi sul caso della Gran Bretagna, l’accademica Nadine El-Enany sostiene che la migrazione irregolare per reclamare il bottino dell’impero è una forma di resistenza anticoloniale. Molti Stati europei continuano inoltre a trarre profitto dal commercio globale di armi, alimentando proprio le guerre che producono le crisi dei rifugiati.

Rawnd era solo uno dei tanti che continuano a morire sui “barconi della morte” che attraversano il Mediterraneo. Piuttosto che appellarci a una benevolenza liberale per i rifugiati vulnerabili, dobbiamo porre al centro questioni di giustizia riparatrice per il passato coloniale che ancora perseguita il nostro presente.

 

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