Etichettata come traditrice, Yuli Novak è fuggita da Israele. Ora vuole decostruire il sionismo

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Articolo originariamente pubblicato su Haaretz a tradotto in italiano da Beniamino Rocchetto

I ministri del governo l’hanno accusata di tradimento e ha ricevuto regolarmente minacce di morte. Yuli Novak, che guidava il gruppo anti-occupazione Breaking the Silence, sentiva che l’unica soluzione era quella di fuggire. Dopo un lungo viaggio lontano da Israele, ha concluso che la sinistra israeliana deve ora fare scelte più radicali.

Di Shany Littman

Qualcosa o qualcuno alle mie spalle sta distraendo Yuli Novak. Sta parlando con me, ma i suoi occhi scrutano costantemente oltre di me e si interrompe mentre parla lasciando le sue frasi incomplete. Voltandomi, vedo un ragazzo in piedi a una distanza di circa un metro da me, apparentemente occupato al telefono.

“Non mi piace il suo aspetto”, mormora Novak. In fondo alla piazza, poco distante da noi, una fila di persone attende di entrare nella tenda dove vengono effettuati i test COVID. Novak continua a fissare il ragazzo con il telefono e alla fine lo saluta. Una breve conversazione rivela che sta aspettando il suo turno per essere testato, e nel frattempo gironzola. La possibilità che sia contagioso fornisce una buona scusa per chiedergli con un sorriso di andarsene, senza dover spiegare che il vero motivo non ha nulla a che fare con la pandemia ma con la sensazione di paura, o paranoia, che colpisce Novak ogni volta torna in Piazza Habima, nel centro di Tel Aviv. Fu qui che sentì per la prima volta che la sua vita era in pericolo.

Era l’estate del 2014, un sabato sera, pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione israeliana Margine di Protezione (Protective Edge) nella Striscia di Gaza. L’esercito aveva bombardato Gaza, e Novak, che era allora il direttore esecutivo di Breaking the Silence (Rompere il Silenzio), un’organizzazione che raccoglie e pubblica testimonianze di soldati israeliani congedati e riservisti sulle loro esperienze nei Territori Occupati, stava partecipando a una manifestazione in piazza chiedendo solidarietà sia con Gaza che con la città israeliana di Sderot vicino al confine con Gaza. I manifestanti di sinistra sono stati affrontati da manifestanti di destra; i due gruppi erano separati da poche decine di agenti di polizia. Alle 9 una sirena antiaerea ha suonato, mentre Hamas lanciava razzi su Tel Aviv.

“Tutti gli agenti di polizia che erano presenti sono svaniti in un istante”, ricorda Novak. “Sono semplicemente scomparsi. E poi gli estremisti mascherati hanno iniziato a colpirci con le mazze. Il limite era stato superato. Era una violenza come quella a cui ho assistito durante i viaggi a Hebron e in altri luoghi nei Territori, ma nel momento in cui è arrivata all’improvviso nel centro di Tel Aviv è stato molto spaventoso. Non è Bil’in, è Piazza Habima”.

Era la prima volta che la sua sensazione di sicurezza fisica e sociale veniva scossa. A poco più di un anno di distanza, dopo che l’organizzazione che guidava era stata contrassegnata come organizzazione clandestina nemica, il suo senso di sicurezza era svanito completamente. Ormai non usciva più da sola ma sempre in compagnia di qualcuno che la scortava. Le strade familiari sembravano un territorio inesplorato. “Allora non lo sapevo”, dice. “Ma provare insicurezza per strada è stata un’altra tappa sulla via per perdere la propria casa. Era un riconoscimento della realtà che non era più sicuro per noi qui”.

Chi siamo “noi”? Progressisti? Israeliani? Persone?

“Quando mi sono unita a Breaking the Silence, era convinta di essere lì per gestire un’organizzazione per i diritti umani in un Paese democratico. Ciò significa che ho il diritto di esprimere opinioni e anche critiche, e che l’apparato statale dovrebbe permettermi di farlo e tutelarmi in un modo che garantisca tale diritto. Sapevo che l’apparato era ingiusto e persino molto crudele con altre persone. Ma in qualche modo ciò non ha minato la mia fiducia nel sistema, che fino a quel momento non mi aveva deluso. Ci sono cresciuta, mi ha dato tutte le opportunità per realizzarmi”.

E cosa è successo?

“All’improvviso, nel giro di una settimana, il mondo ci si è rivoltato contro e niente è più stato come pensavo doveva essere”.

L’inizio di quello sconvolgimento ha avuto luogo il 13 dicembre 2015, un evento di cui Novak scrive nel suo libro appena pubblicato, “Chi Pensi di Essere?” (Aliyat Hagag / Yedioth Ahronoth; in ebraico). Le persone che oggi sono parlamentari della coalizione, tra cui Meirav Ben-Ari, Sharren Haskel e Yifat Shasha-Biton, hanno esortato l’allora Presidente Reuven Rivlin a cancellare la sua partecipazione a una conferenza tenuta da Haaretz a New York, in cui avrebbe dovuto parlare anche il rappresentante di Breaking the Silence, Avner Gvaryahu, oggi direttore dell’organizzazione. I parlamentari affermavano che Breaking the Silence stava conducendo una campagna di delegittimazione contro le Forze di Difesa Israeliane e lo Stato di Israele (Rivlin non ha annullato la sua partecipazione).

Pochi giorni dopo, l’organizzazione estremista di destra Im Tirtzu ha pubblicato un rapporto sugli “agenti stranieri” (in ebraico shtulim, che significa “infiltrati”), sostenendo che i governi stranieri stavano ingaggiando organizzazioni locali di sinistra e attraverso di loro stavano complottando contro le Forze di Difesa Israeliana e Israele. L’apice di quella settimana è stato la diffusione di un filmato di Im Tirtzu in cui i direttori di quattro organizzazioni per i diritti umani: Breaking the Silence, B’Tselem, il Comitato Pubblico contro la Tortura e il Centro per la Difesa dell’Individuo, Hamoked, sono stati classificati sostenitori del terrorismo palestinese. Il Ministro dell’Istruzione dell’epoca, Naftali Bennett, annunciò che avrebbe impedito ai rappresentanti di Breaking the Silence di tenere discorsi nelle scuole. Discussioni serrate e risposte si susseguirono rapidamente e l’organizzazione, della cui attività fino ad allora pochi avevano sentito parlare, sebbene fosse stata fondata nel 2004, era costantemente in prima pagina sui giornali.

Alla fine di quella settimana, racconta Novak, ci fu un’altra manifestazione a Tel Aviv, questa volta fuori dalla sede del partito Likud. Quella fu la prima volta che i membri della sua organizzazione le chiesero di non andare in giro da sola. “Ora stava diventando un’esperienza surreale. A Tel Aviv mi serve una guardia del corpo? Ma poi ti senti dire: Non andare in giro da sola. Faremo in modo che qualcuno sia sempre con te. Da questo dovresti capire che devi avere paura”.

Qualcuno ha mai provato a farti del male fisicamente?

“Quando qualcuno ti si scaglia addosso e inizia a urlarti contro, dove si colloca sul misuratore? Oppure, diciamo, quando ti alzi la mattina e trovi messaggi sul telefono del tipo: “Ti meriti una pallottola in testa per tutto quello che stai facendo”? Ci sono state molte minacce, alcune molto concrete. Era una cosa normale per le persone chiamare e dire: “Stiamo venendo per ucciderti”. La gente ci augurava diverse forme di morte. Ogni volta che Bennett usciva con una dichiarazione contro Breaking the Silence, ricevevamo dozzine di messaggi d’odio che andavano da: “Dovresti essere violentata dai sudanesi” a “Stiamo venendo a farti fuori”. Di quali messaggi dovrei aver paura?”

La reazione d’impulso, dice Novak, è stata semplicemente quella di smettere del tutto di avere paura. “Dopo un discorso che ho tenuto da qualche parte, ero ferma accanto alla mia auto, alla ricerca di qualcosa, e lì c’era una manifestazione contro Breaking the Silence, cosa abbastanza normale. Poi sono salita in macchina e ho visto che l’amico che era con me era sbiancato completamente. Mi disse: Hai notato cosa è appena successo? Venti manifestanti ti hanno maledetto, sputato e urlato come pazzi. Non li avevo sentiti. Ero arrivata a un punto in cui era diventato così automatico per me trovarmi in certe situazioni, di odio e anche di violenza, che non me ne accorgevo più”.

“Ma d’altronde non uscivo spesso di casa, e quando lo facevo era con gli occhiali da sole e un cappello, così non mi riconoscevano. Ma la gente mi riconosceva comunque. In alcuni casi, le persone si avvicinavano a me e mi ringraziavano complimentandosi, ma nella maggior parte dei casi mi urlavano contro. Era un periodo in cui non c’era posto dove potevo stare fuori casa”.

Percepivo la paura come un privilegio che non potevo permettermi. “Per molto tempo mi sono detta che non c’era niente di cui aver paura, e soprattutto: chi sono loro per cui dovrei temerli? C’è un’occupazione in corso. Non sono io la vittima, dopotutto. Ma c’era qualcosa di molto inquietante, non ultimo il fatto che avevamo perso il contratto non scritto che pensavo le persone come me avessero con il regime israeliano. Pensavo di essere una patriota e una sionista, e che avrei contribuito al bene del Paese, avrei prestato servizio militare e in cambio lo Stato mi avrebbe tutelato. Ma il contratto era condizionato: purché obbedissi. E nel momento in cui non ho più obbedito, il sistema si è rivoltato contro di me. Mi è stato detto: Se sei contro l’occupazione e pensi che combattere a Gaza sia qualcosa contro cui devi manifestare, allora non sei più una di noi”.

Poi venne la seconda, e ancor più spaventosa, fase dell’assalto pubblico. All’inizio di gennaio 2016, “Fatti”, un programma investigativo di veterani sulla stazione televisiva più popolare d’Israele, ha trasmesso un servizio che mostrava come un’organizzazione di destra avesse infiltrata delle talpe nell’associazione arabo-ebraica Ta’ayush raccogliendo informazioni sugli attivisti dell’ONG. Tre appartenenti all’organizzazione sono stati presi in custodia dalla polizia in seguito alla denuncia, tra cui il veterano attivista anti-occupazione Ezra Nawi, con l’accusa di aver danneggiato la sicurezza dello Stato.

Novak e i suoi colleghi erano preoccupati di essere i prossimi della lista. Pochi giorni dopo, una telefonata del quotidiano Yedioth Ahronoth dimostrò che i loro timori erano fondati: una talpa dell’associazione estremista si era infatti infiltrata in Breaking the Silence e aveva filmato incontri e conversazioni. “Ci rendiamo conto che uno dei nostri ragazzi, qualcuno che ora è con noi, in mezzo a tutto il caos, ci sta registrando. Qualcuno vicino a noi è una spia. Abbiamo iniziato a indagare e abbiamo trovato la talpa. Quello è stato il momento realmente devastante. Se devo indicare il momento che mi ha reso paranoica, nel senso che non potevo più sapere cosa fosse reale e cosa non lo fosse, è stato quando abbiamo scoperto che uno dei membri attivi ci stava effettivamente sorvegliando”.

L’hai affrontato?

“È scomparso due giorni prima che venissimo contattati da Yedioth e non lo abbiamo più visto. Era un tipo strano, una specie di lupo solitario, patetico, altamente motivato, mi chiedo perché”, dice ora, sorridendo. “È stato scioccante, scoprire che questa persona, che era con noi in occasioni sociali, ci aveva registrato. Pensieri idioti, come se avessi spettegolato sulla famiglia o detto qualcosa su un ex, mescolati a pensieri esistenziali su come stava crollando la democrazia israeliana e se il giorno dopo ci saremmo ritrovati nelle segrete dello Shin Bet”.

La cosa peggiore, dice Novak, è che improvvisamente tutti i collaboratori di lunga data sono diventati sospetti. “Anni dopo, una donna che era con noi mi disse che pensavano che forse ero io la talpa. Anch’io ero arrivata quattro anni prima dal nulla; nessuno mi conosceva. Allora perché non avrei potuto essere io? Dopo un fatto del genere, non puoi più fidarti nemmeno delle persone a te più vicine”.

Anche la preoccupazione di finire nelle segrete del servizio di sicurezza Shin Bet non era cosa da poco. Le registrazioni che erano state fatte dalla talpa furono infine trasmesse sul notiziario di Canale 2 e scatenarono una nuova ondata di attacchi contro l’organizzazione. L’allora Primo Ministro Benjamin Netanyahu si scagliò contro di noi, il parlamentare Avi Dichter (ex direttore dello Shin Bet) ha affermato che la nostra attività ha sollevato “sospetti di spionaggio” e i ministri Yariv Levin e Moshe Ya’alon ci accusarono di tradimento. Anche se Ya’alon, ex Capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa dell’epoca, ritrattò il suo commento e incaricò l’IDF di avviare un’indagine su Breaking the Silence, che alla fine fu passata allo Shin Bet. La Procura di Stato ha chiesto al gruppo di consegnare materiale che avrebbe rivelato l’identità dei soldati che avevano testimoniato sulla loro attività nei Territori. (Breaking the Silence pubblica le testimonianze in forma anonima, ma dice che fa di tutto per verificarne la veridicità.)

L’assalto politico è stato accompagnato da un’intensificazione dell’incitamento nei social media e da minacce di violenza. Breaking the Silence divenne uno dei gruppi più oltraggiati e attaccati in Israele, e anche uno dei più odiati dal pubblico. Eppure anche Novak è rimasta sorpresa quando l’autore di un post provocatorio su Facebook ha pubblicato i numeri di telefono personali degli attivisti dell’organizzazione e anche i numeri dei suoi nonni, che avevano 80 anni.

“Per l’amor di Dio”, scrive Novak nel suo nuovo libro. “Perché nonno Moshe e nonna Ronit, che non sono d’accordo con la nipote ma la amano e rispettano opinioni diverse dalle loro, devono essere svegliati prima dell’alba dallo squillo del telefono per sentire che la loro nipote è una puttana?”

I suoi nonni infatti ricevevano telefonate moleste. Una persona li ha chiamati nel cuore della notte per dire che Novak aveva avuto un incidente a Hebron ed era stata ricoverata in ospedale. “All’altro capo della linea ho sentito il nonno ridere”, scrive Novak. “‘Sapevo che stava mentendo e ho riattaccato”, le disse suo nonno.

“LA GIOVENTÙ ISPIRATA DA RABIN”

Novak era perplessa dal confronto che si sviluppò tra lei e l’opinione pubblica israeliana: non si adattava alla sua percezione di se stessa. È nata a Tel Aviv nel 1982 (“tre settimane prima dell’inizio della guerra in Libano”) ed è cresciuta a Ramat Gan, una di quattro figli. Suo padre era un uomo d’affari e sua madre, Dorit Novak, prestò servizio nell’esercito per molti anni come capo di un’unità nel quartier generale dell’ufficiale capo dell’istruzione. Ha recentemente completato un periodo come direttrice generale del memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem. Suo nonno materno era un membro dell’Irgun, l’organizzazione militare clandestina precedente la fondazione dello Stato di Israele guidata da Menachem Begin.

Da ragazza e da adolescente, racconta Novak, possedeva una coscienza politica di sinistra; in seguito all’assassinio di Yitzhak Rabin, nel 1995, è stata una dei tanti “giovani ispirati a Rabin” e si è unita al movimento: Un’Intera Generazione Esige la Pace, fondato dal figlio di Rabin. “Era una di sinistra, che in retrospettiva mi sembrava molto ingenua: una grande fede in quello che allora veniva chiamato il ‘processo di pace’, senza conoscere troppi dettagli”, racconta. “Sapevo che c’era un’occupazione e che era terribile, e questo è più o meno quello che è successo”.

Nella casa in cui è cresciuta non si parlava molto di politica, dice, ma l’esercito era una presenza dominante. “Da ragazza ero molto orgogliosa che mia madre venisse alle riunioni dei genitori a scuola in uniforme. Era un periodo in cui pochissime madri lavoravano a tempo pieno e avevano una vera carriera, ed ero felice che mia madre stesse facendo qualcosa di importante. Ho letto tutti i libri che raccontavano storie di eroismo e tutti i tipi di diari di guerra”.

Novak non ha dovuto ricorrere ai libri per trovare una classica storia di eroismo israeliano, perché era proprio lì, a casa sua: sua madre aveva perso il suo compagno nella guerra dello Yom Kippur, nove anni prima della nascita di Yuli. “Sono cresciuta nel mito di Tali (Naftali Siderer), che è stata uccisa, insieme a suo fratello, Ashi (Asher), al Canale di Suez lo stesso giorno. Questa è la mia storia. Andavamo a trovare la loro madre, al Kibbutz Mishmar Hasharon. Mi piaceva molto andarci da bambina. Quando sono diventata un po’ più grande, la loro storia mi ha davvero catturato, e ho cercato di sapere chiedendo a mia madre, ma non sono riuscita a farmi dire molto da lei”.

Quando aveva poco più di 20 anni, Novak si fece coraggio e cercò di parlare con sua madre della perdita. “Quella fu la prima volta che mi disse che lei e mio padre si sono incontrati mentre Tali e Ashi erano ancora considerati dispersi in azione, e dopo che i corpi sono stati restituiti, sono andati mano nella mano al funerale di Tali. Le ho chiesto come fosse possibile iniziare una relazione in una situazione di perdita del genere? Capì a malapena quello che le stavo chiedendo. “Lascia perdere”, disse, “allora tutti avevano perso qualcuno. Non era insolito.’ Quella risposta mi ha sbalordito.

Mentre Novak stava scrivendo il libro, l’osservazione di sua madre sull’esperienza apatica del lutto è diventata una crepa attraverso la quale ha scoperto un altro aspetto che ha alterato la sua comprensione politica. “Ho cercato di capire se c’era un nesso tra la situazione a cui mi trovavo, di avere difficoltà a parlare e persino a pensare profondamente a ciò che sta accadendo qui politicamente, e lo stato di consapevolezza e il prezzo che viene pagato attraverso le generazioni. Dato che un prezzo così alto è stato pagato per mantenere una certa storia, quanto ciò esclude la possibilità di porre domande al riguardo? Questo vale anche per i miei nonni e altri che provenivano dalla diaspora e alcuni dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, che hanno sacrificato molto per mantenere la storia israeliana e sionista, fino alla generazione dei miei genitori, che ha vissuto l’esperienza della morte. E dopo che un prezzo del genere è stato pagato, come è possibile fare domande?”

Novak ha svolto cinque anni di servizio militare come ufficiale operativo nell’aeronautica. Ha poi completato la laurea e il dottorato in giurisprudenza in un programma interdisciplinare dell’Università di Tel Aviv per studenti eccezionali, ha lavorato presso la Procura di Stato ed è stata ammessa all’albo degli avvocati. Nel 2012 ha fatto domanda per la carica di direttore esecutivo di Breaking the Silence.

Cosa pensava la tua famiglia del tuo lavoro con Breaking the Silence?

“Sono stati molto solidali, anche se la mia scelta di impegnarmi in politica in questo modo non era il loro ideale. Inoltre, quando sono entrata a far parte dell’organizzazione, la maggior parte delle persone non sapeva cosa fosse. Pensavano che avesse a che fare con la violenza domestica. Quindi non è stata una scelta che sembrava drammatica”.

Il 2015 si è rivelato davvero molto drammatico. Breaking the Silence ha fatto notizia e vi è rimasto per mesi, e Novak è stata catapultata dall’anonimato all’essere una persona conosciuta. “Più la situazione politica diventava folle, più mi identificavo con Breaking the Silence sia internamente che esternamente, ed è stata davvero un’esperienza combattiva. Mi sono allontanata completamente dal mio ambiente, inclusi amici e familiari. Non sapevo più di chi potevo fidarmi. Non necessariamente che qualcuno potesse agire in malafede, ma temevo che non avrebbero capito che stavano facendo qualcosa che avrebbe potuto ferirmi. Così ho gradualmente smesso di parlare con loro. Erano molto preoccupati per me, ma non li ho lasciati avvicinare, così ci siamo allontanati”.

Come ha reagito la famiglia a questo allontanamento?

“Ognuno ha reagito in modo diverso. Mio padre si presentava senza preavviso agli eventi, in ufficio. Veniva a vedere cosa stavo facendo. Questo mi infastidiva, perché avevo bisogno di concentrarmi, e mi seccava che lui fosse lì. Mi sconvolge ora dirlo, ma è così. Mia madre, almeno per quanto ricordi, era più distante. Anche i miei fratelli”.

Si è allontanata anche dai suoi amici in quell’anno difficile. “Ho visto come gli elementi che avevano plasmato il mio io precedente stavano svanendo”, dice Novak. “Mi mancava la mia sicurezza e il relazionarmi con gli altri. Gli amici sono diventati estranei, mi sono isolata. Ero molto disconnessa, totalmente impegnata nella lotta. La mia sensazione era che chi non era coinvolto non potesse capire cosa stesse succedendo. Ed ero anche nervosa e arrabbiata tutto il tempo. Ero completamente esaurita. Ho smesso di mangiare, non dormivo. Ma soprattutto sono arrivata a un punto in cui non riuscivo a pensare”.

UN BIGLIETTO DI SOLA ANDATA

Novak ha lasciato Breaking the Silence nella prima settimana di agosto 2017, fisicamente e mentalmente distrutta. Suo nonno morì quella stessa settimana. “Sfinita ed esaurita da anni di una strana, confusa e stressante lotta, volevo un po’ morire insieme a lui”, scrive. Il giorno della sua morte, è andata a fare surf sulla spiaggia di Jaffa sfidando arduamente le onde.

“La furia mi pervase”, scrive. “Si scatenò all’istante, esplodendo. E poi le grida, le urla scaturivano dal fondo della mia gola. Crepate! Dovete morire! Vi odio! Vi detesto per quello che state facendo e per quello che mi state facendo! E fate agli altri! Dovete soffrire! Vi odio! Miserabili! Mostri! Odio ogni molecola che vi rende ciò che siete! Mi ci è voluto un minuto per capire che ero io a urlare. Come una pazza, sulla spiaggia, in pieno giorno. Il cuore mi batteva forte e non mi voltai per vedere chi mi stava guardando. Le onde sembravano essere sempre più alte. Sono entrata di nuovo in acqua. Senza tavola da surf. Volevo che le onde mi colpissero ancora una volta. Volevo annegare. Avevo la sensazione di annegare, in un mare di odio. È impossibile vivere così. Non potevo dirlo a nessuno. Sembrava troppo folle. E io, dopo tutto, non ero qualcuno che avrebbe dovuto impazzire. Certamente non in quel modo”.

Novak si rese conto che doveva fuggire da Israele, anche se non aveva la più pallida idea di dove. “Un istante prima di crollare completamente, invece di morire ho colto l’occasione: sono salita su un aereo con un biglietto di sola andata”, scrive nel libro. “Non avevo niente da perdere. Tutto quello che volevo era spingermi oltre i confini; del mondo, dell’abisso, della psiche, e vedere cosa sarebbe successo quando ci fossi arrivata. Nel peggiore dei casi, mi sono detta, precipiterò nel baratro”.

Novak ha intrapreso un viaggio che è durato più di un anno. Ha iniziato in Islanda, è proseguita nell’isola portoghese di Madeira, poi in Irlanda e si è conclusa con un capitolo lungo e significativo in Sud Africa. Durante tutto il viaggio, non ha mai smesso di scrivere. La sua intenzione non era quella di scrivere un libro, stava cercando di capire cosa aveva passato. Dopo un anno guardò la pila di pagine che si era accumulata e decise di organizzarle sotto forma di memorie. In tutto il libro, si muove avanti e indietro nel tempo, ricostruendo ciò che ha attraversato durante gli anni della tempesta, raccontando esperienze e incontri significativi lungo il percorso e rimanendo anche delusa dalla storia israelo-sionista in cui aveva creduto, anche se non le era del tutto chiaro con cosa l’avrebbe sostituita.

In Portogallo, ad esempio, ha incontrato due giovani escursionisti e su una spiaggia particolarmente bella l’hanno riempita di funghi allucinogeni. Si tuffò in una potente esperienza psichedelica che le fece riemergere la paura che aveva riposto profondamente durante il suo perseguitato periodo in Israele. Era sicura che sarebbe morta nel giro di una notte.

“Avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse di arrivare alla profondità in cui avevo sepolto il ricordo della paura”, dice. “E la mattina dopo quel viaggio psichedelico, dopo un’intera notte in cui ho vissuto un’esperienza virtuale di morte, tutto mi fu chiaro. Ho detto: Conosco quella sensazione, ci convivo da due anni ormai. E poi è stato come ricomporre un mosaico, e tutto è andato al suo posto, e all’improvviso sono emersi sempre più chiari i ricordi delle spaventose sensazioni che provavo. Quanto avevo paura di essere a casa e che qualcuno entrasse, e la sensazione di essere costantemente seguita, e quanto avevo paura di parlare sia in casa che fuori, perché forse qualcuno mi avrebbe riconosciuto. E andare in giro così tutto il tempo, guardandomi intorno. Convivere con una potenziale violenza tutto il tempo. In un istante ho capito quanto avevo davvero paura”.

Novak ricorda, per esempio, che durante quel periodo precedente “fare le scale era il momento peggiore della giornata”. Nel libro scrive: “Quei momenti nel salire, anche se solo due piani, e poi stare davanti alla porta, cercare velocemente la chiave e non smettere di guardare dietro e ascoltare se qualcun altro saliva. Mentre mi avvicinavo alla porta, la pressione non faceva che aumentare. Non sapevo cosa mi sarebbe successo sul pianerottolo e non sapevo cosa mi aspettasse dietro la porta del mio appartamento, in quella che un tempo era casa”.

Non è stato solo il viaggio psichedelico a farle vedere il passato sotto una nuova luce, ma anche un viaggio apparentemente spensierato che ha fatto in compagnia di una donna con cui ha avuto una breve relazione durante il suo soggiorno in Irlanda, sulla scogliera più alta del Paese. Il viaggio si è concluso con un salvataggio organizzato da una squadra locale intervenuta per recuperarle dopo che sono rimaste bloccate tutta la notte nella nebbia e sotto la pioggia. Durante le lunghe ore in cui aspettavano nel buio più totale, tremando di freddo e senza niente da mangiare o da bere, si sentiva come se la natura la stesse riportando allo stato primordiale. “Quando ero all’interno del sistema, nel periodo politico e mediatico, è stato anche un viaggio dell’ego”, dice. “Anche quelli che ti odiano ti danno credito di essere in una posizione chiave. E c’è qualcosa di malsano in questo”.

Il periodo più lungo del suo viaggio, quasi un anno, lo ha trascorso a Città del Capo. Dal suo ritorno in Israele, nel 2018, continua a fare la spola con il Sud Africa, cercando di rimanere qualche settimana in ognuno dei due paesi. Questa è anche la sua principale occupazione politica e professionale in questo momento: portare i gruppi di pensiero in Sud Africa. “In Sud Africa, dopo alcuni mesi di peregrinazioni, ho incontrato persone che avevano preso parte alla lotta contro l’apartheid e abbiamo legato rapidamente. Erano i bianchi che hanno cambiato fronte. Quella connessione è stata ciò che mi ha spinto a rimanere e c’era un livello di identificazione reciproca: mi hanno raccontato la loro storia e io ho raccontato loro la mia. Qualcosa nei nostri stati d’animo ci univa”.

“In uno dei nostri primi incontri, mi hanno detto che sanno quanto sia difficile agire contro i propri simili. Questo mi ha infastidito. Ho detto loro che non avevo agito contro nessuno; erano gli altri che avevano agito contro di me. Ma dopo la resistenza iniziale, ho capito, con il loro aiuto, che mi sarebbe stato utile guardarmi dentro. Quella fu la prima volta che iniziai a capire che il problema era anche lo strascico della mia storia personale”.

Questo è interessante. Sei andata in Sud Africa e sei entrata in contatto con gli oppressori.

“Sono riuscita a mettere momentaneamente da parte il giudizio normativo, e anche a cancellare la storia del bene e del male e ascoltare. Ho sentito cose che mi hanno sbalordito. Prima di tutto la comprensione primordiale che dal punto di vista degli Afrikaner, il Sudafrica è la loro patria. Non sono europei, ma hanno sviluppato una propria identità. Pensavano di essere l’unica democrazia in Africa e che l’apartheid fosse il loro unico modo per preservarsi come democrazia. Mi ha confuso. Come si può vivere sotto un regime di apartheid e pensare di essere l’unica democrazia in Africa? Dissero di essere convinti che senza l’apartheid gli africani li avrebbero gettati in mare. Quella era una paura reale. Lo vedo anche qui oggi. Fornisce uno sguardo su come potrebbe essere il nostro futuro se non facciamo le cose correttamente”.

Se improvvisamente capisci qualcosa sugli israeliani attraverso la storia degli afrikaner, ti identifichi ancora con la storia sionista o sei delusa dal sionismo?

“Non mi interessa più questa questione. Qualcosa nel modo in cui questo luogo e la sua politica sono gestiti è una storia di bene e di male. È una storia da cui non so come andare avanti. Vivo qui, non ho altra casa, ho viaggiato nel mondo, ho cercato. Il Sudafrica, dove mi sono sentita a mio agio, non è casa mia”.

Attraverso i suoi incontri con gli afrikaner, Novak è stata in grado di vedere come lei stessa fosse parte del problema, dice. Il collettivo israeliano e sionista a cui pensava di appartenere, sembrava improvvisamente rappresentare una narrativa sbagliata. “Mi è stato detto che l’unico modo per me di vivere in questa regione è attraverso una guerra perpetua con tutti. Ma questa è una scelta, e si può anche raccontare una storia diversa. Si potrebbe, ad esempio, aspirare a dare priorità a tutti coloro che vivono qui nella regione, senza essere divisi a livello nazionale. Si potrebbe raccontare una storia secondo cui l’obiettivo supremo non è isolarci, ma conoscere la lingua della regione e non rimanerne disconnessi. Ma nessuno mi ha mai invitato a raccontare la storia di questo luogo in un modo diverso dal “vivere di spada” (da colonizzatore). E questa è una rivelazione sconvolgente. Solo perché è casa mia non significa che non possa essere anche la casa di qualcun altro”.

Questo dove ti colloca sulla scala sionista?

“Quello che so da ciò che mi circonda è che o sei un sionista o sei un antisionista. Ciò non mi include. Sto iniziando a decostruire il concetto di sionismo. C’è il sionismo come struttura politica, di regime, che si aggrappa molto strettamente all’idea del militarismo come strumento necessario per la sopravvivenza. Dà a un gruppo un vantaggio sugli altri, è molto spaventato ed è anche molto insensibile alla sofferenza dell’altro. Ho smesso di credere in quella struttura politica. Ma per me il sionismo è anche tante altre cose: identità, linguaggio, memoria dei luoghi, momenti con gli amici. Ed è anche l’esercito, che è una parte essenziale di me. E non voglio e non sono in grado di separarmi da questa identità. Ma saremo costretti a rinunciare alla struttura politica”.

Quando era in Breaking the Silence, dice Novak, non capiva che per il fatto stesso dell’adozione da parte dell’organizzazione dell’etica militare e nazionale, rimaneva nello spettro all’altro fronte nel quale ci sono i coloni più estremisti. “Siamo rimasti all’interno del legittimo contesto sionista, che ha accettato alcuni presupposti su questo luogo, come quello che questo Paese deve essere prima di tutto ebraico. Non è un caso che il partito di sinistra Meretz possa sedere con Bennett, capo della Yemina di destra, nello stesso governo. Questi sono i confini dello spazio politico legittimo così come sono percepiti dalla maggioranza degli israeliani, compresi quelli di sinistra. Non sono disposta a posizionarmi in quello spettro. Voglio allontanarmi da questo e voglio invitare altre persone a seguirmi. Superare quel muro è estremamente spaventoso, ma appena lo si supera è una meravigliosa liberazione”.

Sulla base di questa comprensione, ora puoi anche pensare in modo diverso alle accuse che ti sono state lanciate, che hai scelto di condurre il dibattito anche sulle azioni dell’IDF all’estero?

“In Breaking the Silence, ci era chiaro che è importante parlare al mondo dei torti commessi qui, per esortare il mondo a intervenire. È un’illusione pensare che la discussione possa essere limitata a una regione particolare. Tutti dibattono ovunque. E poiché ho iniziato a pensare alla politica di questa regione al di fuori del contesto ebraico-sionista, ma a livello di un contesto di regime, vale a dire, che il regime sionista-israeliano è fondamentalmente antidemocratico, allora semplicemente non ho modo di rispondere alla domanda: “Perché lavare i tuoi panni sporchi all’estero?” Questa questione non sarà risolta a livello nazionale. Non è un affare interno di un gruppo etnico che vive qui”.

Oggi diventeresti ancora direttore di Breaking the Silence?

“Il presupposto di ciò che sta facendo Breaking the Silence, dire la verità e utilizzare lo strumento della testimonianza, è valido e importante. Se solo si rompessero altri silenzi qui, sulla polizia, sulla Corte Suprema e sui media. Ma come agenda politica, la linea della sinistra sionista, che segna la Linea Verde come un’entità sostanziale che simboleggia la separazione tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è, è inaccettabile. Perché quando fai quella domanda molto irritante, qual è la differenza tra Kiryat Arba (l’insediamento urbano confinante con Hebron) e Tel Aviv, non ho una risposta adeguata. La struttura politica era destinata fin dall’inizio a preservare una maggioranza ebraica, e in questo senso era antidemocratica. La mia identificazione con quella storia è cessata”.

“Che tipo di convivenza proponete qui?”, chiede retoricamente durante la nostra conversazione, rivolgendo la domanda alla sinistra sionista. “Una convivenza che favorisce solo noi? Questo semplicemente non funzionerà. Nel momento in cui riconosciamo che non stiamo vivendo in una democrazia nel modo più profondo e basilare, diventa improvvisamente molto più facile capire cosa sta succedendo qui. E non è più difficile”.

Non sarà lei a guidare il nuovo movimento. “Noi, privilegiati all’interno del regime esistente, abbiamo il ruolo di lanciare questo lungo viaggio di coscienza. Ma quelle che alla fine guideranno la lotta e il movimento politico che si formerà, secondo la mia logica, saranno le donne palestinesi. Non voglio più essere un simbolo di qualcosa che non mi rappresenta. Ora voglio scoprire le storie che ci hanno formato è decidere a quali di esse vogliamo aggrapparci e quali siamo pronti a lasciar andare. La storia di dominatori non ha più futuro, non mi interessa”.

Ripensandoci, cosa faresti di diverso?

“Parte della tragedia è che non sono sicura ci sia un modo diverso di gestire la cosa. Quando penso a come è possibile condurre una politica diversa, deve essere un cambiamento sistemico”.

Una questione che trova irritante in retrospettiva è il grado in cui Breaking the Silence ha tratto la sua legittimità dal fatto che testimoni e sostenitori sono stati tutti soldati uomini. “All’epoca non ero affatto critica riguardo alle implicazioni di dare la parola agli uomini in uniforme. Oggi non riesco a gestirlo. È al centro dell’attuale confusione, ed è quello che abbiamo fatto”.

Quindi la tua grande delusione nei confronti di Breaking the Silence è dal punto di vista femminista?

“Il contesto femminista ne fa parte. La comprensione che l’esclusivismo è parte della struttura, ed era qualcosa che non vedevo. E c’è qualcosa quasi di un’ironia inversa: una donna a capo di una tale organizzazione maschile crea un’illusione di femminismo, ma non c’è assolutamente alcun nesso con il femminismo. Il fatto che una donna forte sia a capo di un’organizzazione non la rende femminista. Non riesco a ricordare nulla di femminista che ho fatto durante il mio periodo in Breaking the Silence”.

Alla fine, non hai perso in quella battaglia. Nessun attivista è stato arrestato e Breaking the Silence esiste ancora.

“La battaglia che abbiamo condotto è una dimostrazione dell’estrema disuguaglianza delle forze. Eravamo un’organizzazione di 15 giovani contro tutti: il Primo Ministro, tutti i ministri del governo che ci hanno ostacolato, la Knesset (Parlamento), le discussioni nei suoi comitati e in consiglio dei ministri, i media, il pubblico ministero che chiede di identificare i nostri testimoni, minacce da chiunque. Probabilmente, saremmo dovuti crollare. Ma siamo sopravvissuti e l’organizzazione si sta ancora sviluppando e crescendo. In questo senso, non abbiamo perso”.

In altri ambiti, dice Novak, Breaking the Silence, e soprattutto la sinistra e le organizzazioni della società civile, hanno perso molto. “Il campo di sinistra israeliano si è trovato di fronte a un pericolo che non avrebbe mai immaginato esistesse. Il sentimento di persecuzione non esisteva fino ad allora, e quei processi che furono messi in moto continuarono anche in seguito. Alla gente qui è stato detto che hanno un nemico, e il nemico è interno, ed è Breaking the Silence o B’Tselem. Due anni dopo gli fu detto che il nemico sono i media di sinistra e tre anni dopo che i tribunali sono il nemico. I sistemi non si disgregano, ma si modellano in relazione ai valori del regime. Quindi di sicuro non abbiamo vinto. Personalmente ho ricevuto uno scossone molto forte e decisivo che mi ha costretta a pormi domande che prima non sapevo fare. Non è un percorso che auguro a nessuno”.

Avrei pensato che dopo tutto quello che hai descritto non avresti mai voluto tornare qui.

“Sì. C’è stato un momento in quel viaggio in cui improvvisamente ho capito che la bussola stava puntando nella direzione opposta: non puntava più ad allontanarsi da qui, ma la via del ritorno. La missione politica ora è un miliardo di volte più complicata, ma non ha disaccordi. C’è qualcosa che può rimanere fedele alla verità. Non c’è più bisogno di spunti di discussione”.

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