I cristiani palestinesi pubblicano il “Dossier sull’apartheid israeliana”.

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Articolo originariamente pubblicato su Mondoweiss e tradotto dall’inglese dalla redazione di Bocche Scucite

UN’IMMAGINE MOSTRA UN LATO DEL MURO DI SEPARAZIONE ISRAELIANO INTORNO A GERUSALEMME NELLA CITTÀ VECCHIA DI GERUSALEMME, L’8 MARZO 2020. (FOTO: MUHAMMED QAROUT IDKAIDEK/APA IMAGES)

I cristiani palestinesi si uniscono alle organizzazioni internazionali per i diritti umani e a un numero crescente di organismi ecclesiastici nel definire Israele uno stato di apartheid.
Le ripetute richieste dei cristiani palestinesi di nominare l’apartheid di Israele sono rimaste in gran parte senza risposta. Venerdì scorso, i cristiani palestinesi e i loro alleati in tutto il mondo hanno parlato di nuovo, aggiungendo la loro voce a quella delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e di un numero crescente di organismi ecclesiastici che nominano Israele come uno Stato di apartheid.

Durante la pubblicazione di venerdì scorso del “Dossier sull’apartheid israeliana: un appello urgente alle Chiese di tutto il mondo“, il patriarca latino palestinese emerito Michel Sabbah ha dichiarato: “Israele ha bisogno di veri amici che dicano a Israele la verità. Coloro che dicono a Israele: ‘Tutto quello che fai, sbagliato o giusto, è giusto’, non sono veri amici di Israele”. Il patriarca Sabbah ha aggiunto: “I veri amici ti dicono: “Non fare il male a te stesso facendo il male agli altri, cioè al popolo palestinese””.

Il documento di 48 pagine fornisce una descrizione dettagliata del crimine dell’apartheid e di come Israele risponda alla definizione internazionale; costruisce un caso biblico/teologico per descrivere l’apartheid come un peccato; offre un appello accorato alla Chiesa globale e a tutti coloro che sono di buona volontà ad ascoltare le suppliche dei cristiani palestinesi; fornisce un elenco commentato di rapporti dettagliati, dichiarazioni e risoluzioni che indicano il regime di apartheid di Israele; e un elenco di azioni raccomandate.

Il dossier è stato creato da Kairos Palestina, il più ampio movimento ecumenico cristiano palestinese non violento, presieduto dal Patriarca, e da Global Kairos for Justice, una coalizione mondiale di cristiani preoccupati che si è formata in risposta al documento del 2009, Un momento di verità.

Il coordinatore generale di Kairos Palestina, Rifat Kassis, ha descritto il dossier come una risorsa e una sfida per le chiese di tutto il mondo, affinché studino le prove crescenti che documentano le leggi, le politiche e le pratiche di apartheid di Israele.

Una delle caratteristiche principali del dossier è la risposta alle obiezioni che alcuni leader religiosi fanno all’uso della parola apartheid da parte della Chiesa: “non è utile”, “brucia i ponti e blocca il dialogo con i partner”, “dovrebbe essere lasciata alla decisione dei tribunali” e “è una cattiva strategia”. Per rispondere a ciascuna obiezione, il documento insiste: “La parola apartheid indica una verità, sia nella sua definizione nel diritto internazionale sia nella sua descrizione delle realtà sul campo. La verità conta, e conta di più quando viene nominata”.

Durante il lancio del documento via webinar, Akshaya Kumar di Human Rights Watch e Wesam Ahmad di Al Haq – una delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani che l’anno scorso Israele ha designato come “terrorista” – hanno parlato dei due pesi e due misure del mondo quando si tratta di applicare le conseguenze per comportamenti considerati criminali secondo il diritto internazionale. Kumar, direttore di Crisis Advocacy presso Human Rights Watch, ha descritto le numerose sanzioni e divieti che le nazioni hanno prontamente imposto in risposta all’occupazione russa dell’Ucraina. Anche Ahmad, responsabile del Centro di diritto internazionale applicato di Al Haq, ha sottolineato “l’ampia gamma di strumenti” che la comunità internazionale utilizza quando vuole agire, descrivendo poi la mancanza di volontà politica da parte delle nazioni occidentali quando si tratta dell’occupazione ultracinquantennale della Palestina da parte di Israele.

Sia Kumar che Ahmad hanno fatto eco a una dichiarazione rilasciata dall’organo direttivo del Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC) durante la riunione del mese scorso. Ricordando molti dei “crescenti ostacoli a una pace giusta nella regione e le crescenti minacce alla presenza cristiana nella terra della nascita di Cristo”, il Comitato centrale del WCC ha affermato che “la risposta della comunità internazionale continua a riflettere due pesi e due misure”.

Nel dossier, i palestinesi dichiarano,

Siamo preoccupati quando le nostre sorelle e i nostri fratelli sono più preoccupati delle loro relazioni con i partner del dialogo religioso che della nostra realtà sotto una dura occupazione… quando le nostre sorelle e i nostri fratelli sono più preoccupati della loro immagine che della nostra sofferenza. Spesso, quando parliamo con coraggio della nostra oppressione e dell’apartheid israeliana, ci viene detto che il nostro grido è troppo forte. Ma quando abbiamo parlato dolcemente, siamo stati ignorati. La posta in gioco è troppo alta – per i palestinesi, per la Chiesa palestinese, per la Chiesa globale – perché si possa parlare a bassa voce e usare eufemismi per descrivere la nostra sofferenza.

Citando la “visione del Patriarca Sabbah in cui la terra diventa ‘come il giardino dell’Eden, una dimora per Dio con l’umanità, e una patria per tutti i figli di Dio'”, il dossier si conclude con un appello dei cristiani palestinesi: “Siete in grado di aiutarci a riavere la nostra libertà, perché questo è l’unico modo in cui potete aiutare i due popoli a ottenere giustizia, pace, sicurezza e amore?”.

 

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